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10 – “Le nostre sono solo traduzioni”

1967. Riccardo Bacchelli e Sandro Bolchi rileggono I promessi sposi

 

Giuseppe Polimeni
 
Era bastato il lavoro sulle pagine del Mulino del Po e sul set dello sceneggiato (mandato in onda nel 1963) per trovare una sintonia, un dialogo che aveva il testo letterario, la sua lingua, il ritmo come punto di riferimento comune, condiviso.
Spostarsi dal più manzoniano dei romanzi del Novecento, Il Mulino del Po appunto, al capolavoro del «sommo e venerato Alessandro» era stato un passo naturale, quasi dovuto, uno di quei passi che si possono fare soltanto in due.
Così nasce il lavoro di Riccardo Bacchelli e di Sandro Bolchi su I promessi sposi, come una scommessa: portare nelle case degli italiani – dove già era, in forma di libro – il racconto che molti avevano conosciuto a scuola e, in qualche caso, avevano riletto e amato a distanza di anni. Togliere la «polvere scolastica», se c’era.
Dalla carta all’immagine, dal libro alla voce: il percorso rendeva più fluido, transitorio forse, il dettato di pagine che si immaginavano pensate, scritte e riscritte dall’Autore per eccellenza, scolpite, da quella «mano che non pare avere nervi», nel tempo e nella memoria. La televisione avrebbe riprodotto e dato nuova forma (o forse avrebbe restituito la forma originale?) a ciò che Manzoni aveva pensato, studiando perché la pagina – ogni pagina, il paesaggio come i dialoghi – non apparisse affettata, e risultasse vicina all’ideale parlato, alla lingua dell’uso, come espressione vera e autentica di una società.
La televisione scioglieva nel racconto sonoro e per immagini quella lingua che non poteva e non doveva essere libresca, ridava la forma di magma alla parola, restituiva l’uso vivo. La pagina era stata una forma transitoria, quella sì, un momento in cui le cose sono affidate per essere poi riportate in vita, fatte rinascere al momento giusto nella loro vera natura.
Questa è la consapevolezza dei due autori, l’intuizione che li guida in questo atto di “traduzione”. Tradurre, cioè riportare da un luogo all’altro, da una lingua a un’altra, da un mezzo a un altro mezzo. Ma qui la traduzione era una sorta di momento “sacro”: il sangue di San Gennaro torna a farsi liquido, riprende la forma naturale, originaria.
Per questa ragione I promessi sposi di Bolchi (e di Bacchelli), trasmessi nel 1967, incontrano uno straordinario successo. I milioni di telespettatori dicono che quell’idea aveva trovato l’accoglienza sperata, che il romanzo “che aveva fatto l’Italia” era ancora il riferimento portante, anche dopo la guerra, alle soglie del Sessantotto.
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Giuseppe Polimeni
 
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Il testo completo de “Le nostre sono solo traduzioni”, contributo di Giuseppe Polimeni, può essere letto sulla rivista Oltre (n.170, marzo-aprile 2018).
E’ possibile acquistare la versione stampata della rivista anche online al seguente link.
Oppure è possibile acquistare l’intero servizio, in versione digitale (formato Pdf) dedicato a Sandro Bolchi al seguente link

 
 
 
 
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