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Itinerari romantici in Oltrepò
La primavera nasce dal cuore
Ho sempre pensato che la primavera non sia uno spazio temporale, tre fogli di calendario ma piuttosto uno stato del cuore, una disposizione della mente, la capacità che si rinnova di cogliere messaggi e sensazioni.
Quando la sento paragonare alla giovinezza dell'uomo, mi viene da pensare che è una affermazione leggera, un sentito dire. Ci sono tanati cuori giovani raggelati nell'immobilità di inverni senza luce e ci sono vecchiaie illuminate da una primavera perenne, là dove vive la meravigliosa, tenerissima capacità di stupirsi, di sentire dentro montare la commozione uguale e sempre diversa di un cielo chiaro, di un filo d'aria nuova che arriva da chissà dove.
Primavera è anche piacere di ricordare altre primavere, ma non per rimpiangerle, ma per godere della consapevolezza che le si è vissute che ci sono tutte dentro al cuore, che il nostro cuore è abbastanza grande per contenerle tutte e possiamo concederci il piacere di sgranarle, di sfogliarle come pagine di un libro.
É strano poi come il tempo pian piano smorzi, schiarisca i fogli più lacerati, le zone d'ombra e restituisca i ricordi come ammorbiditi, agevoli alla memoria: un luogo segreto, dove sul bordo dell'acqua perennemente in moto le primule fiorivano già al primo freddo sole di febbraio, sponde solitarie, dove scovare sotto brune foglie di quercia, bianche violette appena odorose di sole, i primi occhi di gatto, da chiudere tra le pagine di un quaderno, a suggellare un nuovo amore.
Là, dove fiorivano le primule
Ricordo lo stupore improvviso che mi coglieva nel ripercorrere lo stesso luogo con i miei figli per mano, nel guidare le loro manine nel cavo dell'erba secca, dove la primula fioriva come in un nido caldo.
Ora, conosciuti i luoghi segreti, mi portano fragilissime violette, ancora umide di brina: poche, che sanno bene quanto spiace vederle appassire nel bicchiere. Ma la loro gioia, la gioia miei figli, è comunicare per telefono ai nonni che la primavera è arrivata, prima , oh molto prima che da loro, giù in pianura e che devono venire, presto, per ascoltare il silenzio, immobili dietro un cespuglio, un pettirosso che studia, da solo, i primi versi d'amore.
Prepariamo lo zaino della scuola, vi ripongono borracce, dolci, scorte bastevoli per itinerari infiniti
e scelgono con cura in sentiero al sole, dolce, agevole al passo.
Un tempo, pere davvero non molto remoto, tutt'intorno ai paesi si incrociava una fitta rete di sentieri così ben tenuti, ripuliti dal giornaliero passaggio delle slitte, ora incassati fra le ceppaie di cedui, ora aperti tra i medicai.
Prolungandosi dalle stradine del paese, raggiungevano dapprima i campi arati, poi prati ed infine si trovavano nei boschi per rivedere il chiaro solo sugli alti pascoli.
Ben poche di queste vie sono ancor oggi percorribili: le prepotenti vitalbe hanno conquistato ogni spazio, rose canine, noccioli, prugnoli impediscono il passo, cancellano le tracce; solo i muretti a secco, qua e là frantati seguano il percorso.
Peccato, perchè questi viottoli, per buon tratto pianeggianti, invitano a passeggiare anche i meno avventurosi, i più esperti nell'età, coloro che vanno adagio, senza più l'ansia di una meta lontana, ma con il gusto delle semplici, quotidiane cose vicine.
Su un sentiero così vanno a primavera i miei figli, da Cella a Selvapiana, accompagnandosi ai nonni, trattenendo il loro passo irrequieto, alla scoperta della primavera. Il sole scalda a lungo questa sponda, muove il gelo della terra e la primavera ne viene anticipata.
Il minimo dislivello, la larghezza del sentiero, il paesaggio dolce aperto, permettendo a chiunque di raggiungere in breve tempo la meta, mentre i più esperti e desiderosi di più ardue ascese, possono proseguire oltre, lungo il sentiero per Forotondo, Bruggi o il Monte Boglelio.
Anche quest'anno, al primo allungarsi delle giornate, quando sul muro dietro casa, intiepidito da sole, si posano a riposare le prime api, abbiamo preparato gli zaini i thermos, il libro sui fiori e siamo partiti, tre generazioni,a cercare la primavera. Il cielo grigio, di fine inverno, solo a tratti svelava squarci d'azzurro: un cielo pieno, gravido di percorsi, di aspettative. E il cuore ne era colmo, come un mare che si gonfia per il vento e sembra voler traboccare le usate sponde.
L'aria era fredda; qua e là chiazze di neve imbiancavano le sponde più ombrose, come di acqua che si fa strada fra le pietre e le foglie fradice dell'inverno: erano gli invisibili sotterranei fili d'acqua che più su, al limitare della neve, pian piano scendevano a valle. Nel loro percorso scioglievano ghiaccio, liberavano profumi, scaldavano la terra di quei pochi grandi necessari a risvegliare l'erba e i fiori.
Il sentiero che avevamo raggiunto dopo un breve percorso in auto da Casanova, per Castellaro, fino a cella è facilmente individuabili.
Raggiunto il santuario di Cella si prosegue sulla destra per un breve tratto di asfalto fino a raggiungere il cimitero: se ne costeggia quindi il fianco destro. Un quadrato blue indica la direzione: una carrareccia larga, sassosa, costeggiata da macchine di alberi radi, che svelano i campi, spesso, purtroppo, incolti.
Percorrere in quota (695 mt. Slm la partenza; 761 mt. Slm l'arrivo) la sponda sinistra dell'alta val Curone, lungo la riva detta “Campiano” e passando davanti alla Cappella della Costa, raggiunge la frazione di Selvapiana che già nel nome, scopre l'amenità della sua posizione.
Conoscendo la brevità del percorso, camminiamo adagio, con l'occhio attento a scoprire qualche traccia di colore, fra le foglie secche e le radici dei frassini e dei noccioli. Tra le macerie e gli incolti a lato delle case abbiamo già scorto il fiore del farfara. Tussilago farfara, che è una specie precoce che già alla fine di gennaio spinge verso il sole e il giallo luminoso dei petali, che di molto precorre il verde delle foglie. Salendo dolcemente, il sentiero ci porta attraverso ampi pianori: lo sguardo può abbracciare tutta la bassa val curone e lo sparti acque che la separa dalla valle Staffora. Come sempre sono i bambini a trovarle per primi, In una pozzetta umida e tiepida: due mazzi di primule: i fiori giallo pallido semiaperti, le foglie ancora arrotolate. Sono le prime eterne messaggere di un miracolo che pur rinnovandosi ogni anno, non cessa di stupire.
Osservo con tenerezza i petali, ancora un po'sgualciti, e pur conoscendo la meravigliosa complessità chimica che sta alle spalle di un fenomeno cosi per noi scontato, come lo sbocciare di un fiore, vedo solo il rinnovarsi di un patto, di una promessa sempre mantenuta, lo sciogliersi rassicurante di una lunga attesa e ne sono come racconsolata.
E mi rassicura e mi stupisce insieme, vedere come al di là delle vicende umane, così precarie e volubili, senza l'ordine e il permesso di nessuno, i fiori torino puntuali al loro appuntamento d'amore.
Dopo un breve tratto in salita il sentiero ci conduce attraverso un ampio pianoro: al riparo delle macchine di rose canine e di prugnoli si allargano ora più numerose le chiazze gialle delle primule; nelle sponde rocciose, tra groppi formati dalle radici dei noccioli e dei carpini, si scorgono i fiori lilla dell'erba trinità, Herpetica Nobilis, detta anche occhi di gatto, uno dei fiori più belli e delicati della primavera, facilmente riconoscibile per il colore lilla-turchino dei petali. La stessa gradazione, un po' più tenue, sfuma di violaceo i prati, al limitare della neve: sono i crochi, Crocus Medius, fragile all'apparenza, e pure così forti e tenaci da perforare la crosta ghiacciata e stendere i petali al primo sole.
Il sentiero costeggia, a tratti, i boschi che si spingono fino alla vetta del Boglelio con bellissimi faggi, inframezzati da piccole radure. Presto anche lassù, sotto i rami ancora nudi, il biancore della neve cederà il posto al più tenero bianco-rosa degli anemoni dei boschi Anemone Trifolia, al rosa intenso dei denti di cane, Eritorium Denes Canis, al giallo carico delle primule di montagna, Primula Veris.
Raggiungiamo la Cappella della costa, l'abito d Selvapiana si distende di fronte a noi, qualche camino fuma. Da quassù si fa evidente il passaggio delle stagioni: primavera ed inverno sembra si fronteggino: l'inverno è ancora padrone delle vette, imbianca i boschi poco sopra di noi, ma ai nostri piedi un tenerissimo verde sale dai prati del fondovalle, si fa più franco la dove l'acqua scorre decisa, increspa cime dei salici e dei pioppi, appena appena, che lo si vede solo contro lo sfondo del cielo.
Anche l'inverno ha il suo fiore, un fiore magico, che guardo sempre con un misto di timore ed ammirazione, perchè fiorisce quando il freddo è intenso e ricorda i Natali nordici, le maestose foreste immobili sotto gelo il gelo, gli elfi e i folletti. É l'elleboro, Helleborus niger e virdis, guardato con rispetto e non toccato per il suo elevato potere tossico.
Il sentiero scende deciso verso un altro paese, attraversiamo un ruscello ombraggiato da un altissimo pioppo.
I bambini corrono avanti a tuffare le mani nel lungo abbeveratoio, posto alla fine del sentiero o meglio all'inizio che lì si abbeverava il bestiame prima di salire ai pascoli estivi.
Alla nostra sinistra parte il sentiero che in un paio d'ore raggiunge la vetta, congiungendosi con quella del monte Chiappo, verso destra e con la comoda mulattiera che ridiscende a Casanova, verso sinistra. Ma noi lo lasciamo a più clementi stagioni. torniamo sui nostri passi fino a trovare un prato per fare merenda e sdraiarsi al sole. Dalla terra umida si alza il profumo amaro e sottile della vita che riprende, un profumo che nasce dal disfacimento di vecchie cose e porta intatto il richiamo della nuova stagione, ricca di attese, di intraviste promesse.
Guardo i mie figli, i loro volti accesi. E mi prende un profondo struggimento, un desiderio che tutta la vita sia così, un andare insieme lungo un sentiero, in una perenne primavera, sfuggendo al passare delle stagioni. Mia madre si china ad osservare qualcosa tra le loro mani: le loro teste si accostano, la sua voce si leva in un gioioso stupore: e allora capisco come il miracolo delle eterna primavera sia possibile solo dentro di noi, nel rinnovarsi continuo dei sentimenti, nella capacità di vivere appieno ogni momento, nel darsi, nel sapere ogni volta rinnovare il patto d'amore.
Ripercorriamo adagio il sentiero; le nostre mani sono vuote, non abbiamo raccolto nulla, ma non eravamo venuti per raccogliere fiori: il nostro raccolto è invisibile, lo portiamo nel cuore e, credo, non appassirà tanto presto.
Lasciamo solo le impronte dei nostri piedi
...portiamo via solo foto
Le prime belle giornate di sole invitano ad uscire, a trascorrere la domenica all'aria aperta, passeggiando all'aria aperta, passeggiando tra il verde. Raramente però quando godiamo a piene mani della bellezza e della salubrità della natura, ci rendiamo conto di quanto ogni singolo elemento di questo sistema vivente sia necessario ed indispensabile e molto difficilmente si lasci separare dal compromesso.
A noi sembra tutto un po' ovvio, “normale”, in realtà ci muoviamo all'interno di un sistema che funziona per interazioni, composto da organismi viventi animali e vegetali, dalle loro relazioni e dalle relazioni che li legano al loro ambiente.
Compreso questo, ci sarà più facile capire perchè tante leggi oggi siano state promulgate ai fini di proteggere l'ambiente intorno a noi ed alcune specie in particolare.
Non è solo una questione di rarità delle specie, tant'è che alcuni degli esemplari protetti non sono poi così rari a vedersi, anzi di anemoni dei boschi o di genziane sono pieni i prati. Vi sono spesso motivi storici, poiché il fiore può essere testimone di variazioni climatiche passate, oppure può essere considerato un indicatore delle condizioni ambientali.
Vi è inoltre il problema della diversità, per cui ogni specie diversa rappresenta il materiale primo per successive mutazioni evolutive.
Ogni essere vivente, infine, fa parte di un complesso ecosistema, per cui la sua scomparsa tende a rompere un equilibrio raggiunto in tempi lunghissimi, con conseguenze che possono andare molto più lontano di quanto ci si prospetti nell'immediato. Ecco perchè la Regione Lombardia protegge molte specie, proibendone la raccolta o limitandola. Se pensiamo inoltre a quanto sono fragili i fiori e a come poco durino una volta raccolti, ci rendiamo conto di quanto sia più giusto lasciarli nel bosco, senza immalinconire le nostre case cittadine con mazzetti semiappassiti.
Proviamo invece a fotografarli con un macro obbiettivo, per farne poi dei quadri. Poiché gli uomini non si fidano mai di se stessi e si creano sempre dei controllori, la Regione Lombardia ha istituito le Guardie Ecologiche Volontarie, con il compito di proteggere l'ambiente e controllare cestini e le auto dei gitanti. Andiamo quindi per boschi non come saccheggiatori, pensando che tutto sia stato messo lì a nostro uso e consumo ma come amici che vanno a trovare vecchi amici, anno dopo anno, per ritrovarli, in una buona salute e godere della loro vista. E se notiamo qualcosa che non ci piace o non ci convince, riferiamolo alle Guardie Ecologiche della comunità montana; diventeremo così non solo fruitori dell'ambiente, ma parte attiva per la sua conservazione e il suo sviluppo.
Cella di Varzi
la storia è passata di qui
Sono due i motivi culturali che meritano una sosta a Cella di Varzi: i ruderi del castello Malaspina e il tempio della Fraternità. I primi offrono ben poco all’occhio che ricerca completezza, trattandosi di pochi resti, ormai ricoperti da erbacce rampicanti. Tutta via, sono in bella posizione privilegiata, su un'altura, quasi a guardia dell’abitato. È interessante, benché cruenta, è la loro storia. Il maniero di cui sono la sola testimonianza reale, fu l’ultimo rifugio del malcapitato Bernabò Malaspina che vi si nascose nel tentativo di sfuggire alle truppe milanesi di Massimiliano Sforza. Ancora oggi, gli abitanti di Cella, chiamano strada della Bombarda, la località da cui sparavano i soldati di Milano nella storica battaglia che costrinse Bernabò a consegnarsi al nemico. Sulla sorte infelice riservata al tapino è meglio non soffermarsi. Molto è stato scritto sull’argomento e chiunque troverà fonti attendibili a cui saziare la legittima curiosità. Un richiamo alla pace, quanto mai attuale, è rappresentato, invece, dal Tempio della Fraternità. È una chiesa singolare voluta nel 1958 dal parroco Adamo Accosa, reduce dalla seconda guerra mondiale alla quale aveva partecipato come cappellano militare, testimone degli orrori della guerra, egli volle invitare alla fratellanza e all’amore tra i popoli. Creò, dunque, questa chiesa-museo, unica al mondo, il cui altare fu costruito con i frammenti di chiese colpite dalle bombe atomiche a Hiroshima e a Nagasaki, con mattoni della cattedrale londinese di Southwark distrutta dai missili V2 tedeschi e coi ruderi delle chiese di Normandia rase al suolo nei combattenti del 1944. Vi trovano altresì posto un crocefisso fatto in trincea dai soldati austriaci nel 1917, il tabernacolo ricavato da un proiettile inesploso e numerosi cimeli arrivati dalle maggiori cattedrali del mondo, da Seul e Tokio, da Notre Dame e Westminster, dalla tomba di Carlo Magno e dal palazzo dei papi di Avignone.
Un momento di indiscussa riflessione, al quale può seguirne uno di assoluto relax nel piazzale antistante ove è stato allestito un centro ricreativo con panche e giochi per i più piccoli. La natura intorno, ancora selvaggia, verrà sicuramente in aiuto.
Val di Nivione
ti porto sulla luna
Non è necessario allontanarsi molto da casa per godere di scenari naturali quasi lunari va bene: il clima non sarà né desertico né popolare; tanto meglio, non occorrerà spostarsi di molto e magari cambiare anche le nostre buone abitudini alimentari.
Molti pensano che le zone a calanchi, costituite da piccole valli color grigio con versanti dirupati e privi di vegetazione, occupino solo localmente l’oltrepò pavese. Un’occhiata attenta in giro, per le strade o i sentieri, li rivela numerosi anche se non si riesce spesso a distinguerli dalle tipiche colline a boschi cedui e a vigneti che li ospitano.
Esistono tuttavia alcune zone ove questo fenomeno ha interessato un’area così vasta da rompere lo schema classico del nostro paesaggio collinare. È il caso della valle del Torrente Lella, vicino a Varzi e in particolare del versante settentrionale rispetto al torrente, nel tratto lungo il Rio Camponi, tra Valle di Nivione e S. Michele. La strada provinciale che da Varzi conduce a Fontana di Nivione, S. Michele, Cella, oppure scende a fabbrica Curone offre uno spettacolo in poltronissima del fenomeno calanchivo.
Ancora meglio se, muniti di scarponi, lasciamo la via agevole per prendere alcuni sentieri, sempre facili, che si addentrano in queste zone dalle condizioni estreme. Si può fare un percorso che dall’abitato di Nivione porta al poggio di Dego (poco più di duecento metri di dislivello) e ridiscendere alla strada provinciale passando da Castello di Nivione.
Esisteva un tempo lontano un mare profondo in cui, marginalmente, allo sbocco di un grande fiume avveniva una costante sedimentazione di fanghi calcarei trasportati dal fiume stesso e dispersi dalle correnti sottomarine. È così che si formarono le “Marne di Rigoroso”, nome della formazione rocciosa che è in parte responsabile dello sviluppo dei calanchi in questa zona dell’Oltrepò, su questo terreno, attraverso complesso processo di erosione detto a “solchi”.
La causa sta nell’impermeabilità delle argille, per cui l’acqua non scola attraverso le fratture della roccia, e nella forte pendenza dei solchi. Infatti, durante la stagione delle piogge, la notevole quantità d’acqua che scorre entro quei solchi determina un ulteriore incremento del potere erosivo delle acque di ruscellamento. Si producono così dei solchi che, una volta innescati, evolvono rapidamente approfondendosi, allungandosi e ramificandosi con un progressivo arretramento delle testate delle incisioni. Interi versanti appaiono erosi da un insieme di piccole valli scavate da fossi molto ramificati e separate da creste a forme di lama.
Inoltre anche l’insolazione e la qualità ad essa connessa, delle precipitazioni atmosferiche in Oltrepò concorrono all’instaurarsi dei calanchi. Lungo i ripidi versanti pervasi da solchi di ruscellamento incisi, avviene che una coltre di terreno di pochi millimetri di spessore si imbeva d’acqua durante le piogge. Le giornate di sole specialmente, provvedono ad essiccare velocemente la sottile porzione di terreno imbevuta d’acqua, sottile proprio perché l’argilla è impermeabile. Succede sovente che l’evaporazione dell’acqua lasci sul terreno dei sali di Calcio, responsabili di quella patina biancastra che riveste i calanchi. Anto più veloce questa fase, tanto più si formano in piccolo quelle strutture di fango a forma di tavoletta di cioccolata, delimitate da fessure e con i bordi rialzati, che troviamo in campagna nelle pozzanghere dopo che il sole ha rapidamente asciugato l’acqua del temporale estivo. Va da sé che i versanti vallivi più esposti e sollecitati dal sole (rivolti a Sud-Sud Ovest) sono quelli privilegiati dall’insediamento di queste zone d’intesa erosione superficiale. La successiva pioggia di buona intensità provvederà a scalzare le piccole tavolette di cioccolata e a coinvolgere, ridotte in frantumi nei solchi incisi. Questo fenomeno provoca un’erosione superficiale così veloce e costante da impedire l’attecchimento di che durano la stagione umida si impregnano d’acqua e costituiscono una specie di “sabbie mobili” in cui ci si può imbattere rovinosamente nel cammino per la pesantezza ed il colore che ne assumono i nostri scarponi.
Se le “sabbie mobili” non sono sufficienti a farci sentire scopritori di terre lontane ed insidiose, potremo perdere di vista l’orizzonte quando ci troveremo in alcune zone di questo versante della valle del torrente Lella in cui i calanchi conferiscono la desolazione tipica di questi luoghi. Panorami ancora più suggestivi potremo gustarli ammirando queste lande desolate nel sereno che segue i temporali, quando le argille imbevute d’acqua giocano col sole assumendo iridescenze e colori particolari. Dal grigio dilagante al verde e al viola tenue lasciato da ossidi di ferro e manganese.
Infine il fenomeno dei calanchi o erosione a solchi (gully erosion) si trova ancora più esteso nell’Appennino emiliano ed in quello toscano, dove prende il nome di Biancane.
Ampliano ancora di più gli orizzonti, ricordiamo che quello dei calanchi è il paesaggio caratteristico dei bad lands del Nebraska e del Dakota meridionale, dei lavakas del Madagascar, dei voçorocas del Brasile, dei hullah indiani e dei donga swahili.
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