Architettura, scultura e pittura

I luoghi del Rinascimento pavese

L’architettura a Pavia

La portata e l’importanza delle realizzazioni in campo architettonico e artistico a Pavia in epoca rinascimentale si devono in gran parte al ruolo di residenza ducale privilegiata, insieme a Milano, che la città aveva assunto in epoca viscontea e aveva mantenuto e rafforzato con la dinastia Sforzesca. Agli interventi architettonici e urbanistici avviati dai Visconti nella seconda metà del Trecento, fece seguito con l’avvento al potere degli Sforza, a partire dalla metà del XV secolo, un rinnovato fervore edilizio, con l’avvento di nuovi cantieri e la ripresa e la prosecuzione di imprese già avviate. Nel caso degli interventi di diretta committenza ducale, ciò tendeva anche a sancire la legittimità della successione al potere. Nella prima metà del Cinquecento, i radicali rivolgimenti politici e gli eventi bellici - soprattutto la battaglia di Pavia del 1525- che resero la città suddita del vasto impero spagnolo privandola del so ruolo privilegiato causarono un affievolirsi dell’attività edilizia che solo dopo metà del secolo riprese a ritmi più serrati.
Nella seconda metà del Trecento la signoria del Visconti aveva promosso a Pavia interventi edilizi ed urbanistici che ancora oggi caratterizzano la città. Per iniziativa del duca Galeazzo II, fra il 1360 ed il 1365 era stato edificato il castello, ad un tempo di fortificazione e residenza signorile che venne decorata con affreschi nel corso del Quattro e Cinquecento; al Castello fu aggregato verso nord, un vasto parco cinto da mura che si estendeva fino al monastero della certosa, fondato dallo stesso duca nel 1396 anche con funzione di mausoleo della dinastia. Il cantiere del monastero, che rimase attivo anche durante i tre secoli successivi, fu per importanza il secondo del Ducato dopo quello del Duomo di Milano e, oltre ad essere un punto di incontro di architetti, scultori e pittori locali e di formazione e provenienza diverse, fu centro di diffusione delle più aggiornate istanze architettoniche e artistiche. Alla Certosa venivano inoltre prodotti elementi scultorei in pietra e terrecotte a stampo anche per altri edifici; ciò costituì un ulteriore tramite alla circolazione e alla diffusione del repertorio formale e decorativo messo a punto dal cantiere. A Pavia, dopo la costruzione del Castello, per commissione di Gian Galeazzo Visconti fu operata la rettifica dell’asse viario- corrispondente all’antico cardo romano- che univa il Castello al centro della città, dove la piazza Grande, su cui si affacciava il Broletto, venne allora dotata di una sequenza quasi continua di portarci e resa sede privilegiata di operazioni commerciali; queste ultime si svolgevano, a seconda delle differenti attività, anche nella vicina piazza Piccola (l’attuale piazza del Duomo9 in piazza San Savino (ora piazza Cavagneria) e in piazza del Lino. Nel corso del XV secolo perdurarono nelle architetture pavesi soluzioni formali tipiche del secolo precedente, come ad esempio l’arco a sesto acuto e la ricca decorazione in cotto a stampo; accanto a queste si afferma, attorno alla metà del secolo, un linguaggio di gusto più aggiornato, genericamente definibile come rinascimentale, che propone repertori derivati dall’antico, sia nelle decorazioni in cotto e in pietra, sia in quelle dipinte. I chiostri, nell’ambito dell’architettura religiosa, ed i cortili porticati nell’edilizia civile sono una significativa testimonianza di questa convivenza.
Fra i numerosi chiostri costruiti ex novo o riedificati nel corso del Quattro e del Cinquecento (San Tommaso, San Salvatore,San Felice, San Lanfranco, Santa Maria Teodote, San Maiolo, monastero del Senatore).Non mancano esempi notevoli quali il chiostro piccolo di San Lanfranco, dove all’elemento ancora medioevale delle arcate poggianti su doppia colonnina si accompagna una ricca decorazione in cotto con repertori all’antica, che forse si devono all’intervento di Giovanni Antonio Amedeo. Nel chiostro di Santa Maria Teodote (attuale seminario Vescovile), a due ordini porticati sovrapposti, è presente una ricca decorazione affrescata; in quello di San Maiolo, infine (via Cardano, oggi archivio di stato), dell’inizio del XVI secolo, al porticato arricchito da tondi e fregi dipintisi sovrappone una doppia loggetta.
Su luogo dove sorgevano le cattedrali medievali di Santa Maria del popolo e di Santo Stefano venne fondato nel 1488 il duomo per volontà della cittadinanza e con gli auspici del vescovo di Pavia, Ascanio Maria Sforza, fratello di Ludovico il Moro. La cripta, terminata nel 1492, e l’articolazione della zona orientali sono riconducibili a suggerimenti di Donato Bramante (1444-1514), uno dei massimi architetti del Rinascimento; Il sistema di pilastri che permette di sorreggere la cupola è il preludio alle soluzioni ideate dal maestro urbinate nel progetto per la costruzione della nuova basilica di San Pietro in Roma. Per il Duomo pavese prestarono consulenza anche Leonardo Da Vinci e il senese Francesco Di Giorgio Martini, mentre alla direzione dei lavori collaborarono i locali Cristoforo Rocchi, Gian Domenico Dolcebuono, il Fugazza Giovanni Antonio Amadeo, architetto e scultore nativo di Pavia al quale si devono anche parte delle sculture preseti alla Certosa, la cappella Colleoni a Bergamo e la direzione generale, dal 1490, del cantiere del duomo di Milano. La costruzione della nuova cattedrale pavese, che subì rallentamenti, interruzioni e mutamenti progettuali, si protrasse fino agli inizi del nostro secolo. IL nome di Bramante e, con Maggiore sicurezza quello dell’Amedeo sono dal collegare, secondo modalità non ancora indagate a fondo, anche all’importante santuario di Santa Maria di Canepanova in via D. Sacchi; incompiuto nella facciata, esso presenta una pianta ottagonale, comune ad altri edifici rinascimentali di area lombarda, quali, per citare solo il più prestigioso, l’Incoronata di Lodi.
Nel corso del XVI secolo l’architettura dell’interno di importanti edifici sacri venne qualificata tramite grandi cicli ad affresco, come accade in San Teodoro e in San Salvatore. In altre chiese vennero attuate ristrutturazioni, ad esempio, in San Marino, o ampliamenti, come avvenne con l’apertura delle cappelle perimetrali nella basilica di San Michele Maggiore.
Per quanto riguarda l’edilizia civile, un'intensa attività si registra a partire dalla metà del XV secolo, in relazione al raggiungimento della stabilità politica con Francesco Sforza, duca dal 1450. I rappresentarti delle più potenti casata cittadine intrapresero infatti la costruzione dei loro palazzi con forme e dimensioni emergenti rispetto a quelle degli edifici circonvicini e pertanto utili ad esplicitare l’altro rango sociale dei proprietari. Tali residenze, che spesso accorpavano più edifici preesistenti, si distribuivano attorno ad un cortile porticato – viene quindi ripreso l’elemento tipico dell’architettura claustrale-, ed erano decorati con terrecotte, capitelli e medaglioni che proponevano un repertorio classicheggiante. In prossimità dell’asse degli attuali corso Cavour e corso Mazzini troviamo così, a partire da ovest, il palazzo Carminali Bottigella, già Beccaria, con un prospetto a tutt’oggi integro nelle sue forme originale, il cui paramento in cotto, materiale tipico dell’edilizia locale, presenta motivi anticheggianti e di fantasia. Più oltre, delle residenze di Giovan Matteo e Cristoforo Bottigella rimane solo l’elegante torre, del 1480 circa, per la quale operarono gli architetti Jacopo da Candia e Cristoforo Rocchi. Presso l’odierno municipio, al n°15 di corso Mazzini, si trova il palazzo di Giovanni Francesco Bottigella, trasformato nel prospetto su strada durante il XVIII secolo; Progettata attorno al 1492 da Giovanni Antonio Amedeo e terminata nei primi anni del’500 la dimora si articola intorno ad un cortile porticato che presenta una ricca decorazione ad affresco, ora in parte degradata con motivi anticheggianti a grottesca. Del quattrocentesco palazzo di Silvestro Bottigella (ora settecentesco palazzo del Mayno, in via Mentana) si conserva invece solo il portale con il motivo ad arco trionfale. Di minori dimensioni, palazzo Cavagna in via D.Sacchi, irrimediabilmente sfigurato dai recenti restauri, presentava una ricca decorazione con formelle in cotto e un rivestimento a intonaci graffiti con motivi geometrici.
Verso la fine del secolo è ormai usanza dei membri delle famiglie più illustri risiedere saltuariamente nel contado. L’edilizia rurale presenta così accanto a strutture di produzione collegate ai possedimenti fondiari, anche dimore padronali, capaci di offrire al proprietario – per la qualità dei materiali usati, per la modalità dell’aggregazione degli spazi, per la presenza di particolari tipologici e modi stilistici - una dignitosa sede di soggiorni temporanei. Il complesso edilizio della famiglia botta a Branduzzo in Oltrepò costituisce, rispetto ad altre ville quali il Belvedere di Bottigella e la dimora di Caselle commissionata da Francesco Eustachi, un esempio di raffinatezza estesa anche al dettaglio architettonico in cotto delle cornici nelle finestre e ai tondi posti tra gli archi della loggia, calchi di quelli presenti nella facciata della Certosa, ritenuta modello prestigioso.
A Pavia l’Ospedale della Pietà o di San Matteo, attualmente inglobato nella struttura del palazzo centrale dell’ università, fu fondato nel 1448 da una confraternita laica, sollecitata da frate Domencio da Catalogna, col protettorato del futuro duca Francesco Sforza. La critica ha individuato nei precedenti ospedali di Siena e Firenze riferimenti per l’ordinamento amministrativo e la struttura architettonica, progettata da Antonio Da Burgo. L’edificio, che presenta una pianta a croce (sono annessi la chiesa di San Matteo e vari locali di servizio), è stato pesantemente rimaneggiato nel corso del XVIII secolo, quando fu anche aggiunta la cupola all’incrocio dei bracci. I brani architettonici quattocenteschi ancora oggi meglio apprezzabili sono il braccio meridionale della crociera con soffitto ligneo cassettonato dipinto e la loggetta che si affaccia sul cortile ad est di tale braccio, che conserva significativamente esempi di capitelli e di terrecotte.
Ludovico Sforza detto il Moro concentrò i suoi interessi nella promozione del Borgo di Vigevano al rango di città. Fra il 1492 e il 1494 venne realizzata la grande piazza ducale con i tre porticati prospetti affrescati (il quarto lato è costituito dalla facciata di un edificio chiesastico) interrotti solo dall’inserzione di due archi trionfali. La costruzione unitaria fu concepita quale riproposizione del foro antico di cui parla anche il trattatista Vitruvio e trovò per contro nella trecentesca piazza Grande di Pavia un precedente concreto cui fare riferimento per la realizzazione. Il duca fu inoltre promotore di un intervento di radicale risistemazione del castello, per il quale chiamò Donato Bramante, l’architetto più prestigioso allora attivo nel ducato milanese. Il Moro organizzò inoltre presso vigevano un’azienda agricola rinomata per l’allevamento di pecore, detta la Sforzesca, dotandola di una funzionale struttura a corte chiusa con possenti emergenze angolari adibite anche ad abitazioni per i fittavoli.
Nel corso del Cinquecento le maggiori imprese edilizie – oltre alla prosecuzione dei cantieri citati sopra e ai lavori intrapresi nel Broletto - , furono quella della nuova cinta muraria realizzata dai governatori spagnoli attorno alla metà del secolo (imponenti testi sono oggi visibili ad esempio in viale Gorizia e in viale Nazario Sauro) e quelle relative ai collegi universitari. In precedenza le residenze per gli studenti erano strutture – spesso di buona qualità architettonica come nel caso del quattrocentesco Collegio Castiglioni -, adattate per l’ospitalità; nella seconda metà del cinquecento, invece, vennero progettati e costruiti ex novo edifici espressamente adibiti a Collegio. Per volontà di Carlo Borromini fu fondato l’omonimo collegio, costruito nella zona sud orientale della città fra 1546 e 1586 (nell’800 venne completato il fianco meridionale abbattendo la chiesa romanica di San Giovanni in Borgo) su progetto di Pellegrino Pellegrini, detto il Tibaldi (Puria in val Solda 1527 – Milano 1586); l’architetto con questa opera eseguita dopo le esperienze maturate in Italia centrale e a Bologna, iniziò il lungo periodo di attività in Lombardia pper l’arcivescovo Carlo Borromeo, cui seguì soggiorno in Spagna al servizio di Filippo II. L’imponente edificio è un blocco quadrangolare che ospita singole unità abitative lungo tre lati e vani destinati ad uso collettivo – fra questi spicca il salone d’onore- nella quarta ala che si affaccia con due emergenze laterali, sul giardino concluso da un nicchione seicentesco. Il cortile a due loggiati sovrapposti, di ordine dorico e ionico, con arcate poggianti su colonne binate, costituì in area lombarda un importante punto di riferimento per soluzioni edilizie successive. La facciata del palazzo presenta due ordini di finestre nella parte centrale affiancata da due corpi laterali che denunciano, con le grandi aperture, la presenza degli scaloni all’interno; essa è animata dal forte risalto plastico conferito dal portale, dai timpani aggettati dalle finestre, dalle cornici, dalle nicchie. Lo stesso architetto Pellegrini fu attivo per il Collegio Ghislieri fondato nel 1567 dall’omonimo papa pio V per ospitare studenti dell’ alessandrino; l’edificio venne rimaneggiato nel XVIII sceolo, forse ad opera di Giovanni Antonio Veneroni, autore di un progetto non attuato per la riforma della facciata. Pellelgrino Tibaldi, probabilmente attivo anche per il palazzo vescovile costruito di fronte al Duomo dopo il 1577, progetto nel 1583 la cella campanaria in granito che coronava la romanica torre Civica, crollata nel 1989. La cella, realizzata con un linguaggio formale classicista, prevedeva aperture a doppia arcata su ogni lato e l’i,piego dell’ordine dorico.
Gli interventi del Pellegrini concludono il percorso dell’architettura rinascimentale pavese e ne rappresentano alcuni degli episodi più salienti, collocabili al fianco delle più importanti realizzazioni architettoniche del momento. Una simile situazione, purtroppo di breve durata, si riproporrà solo oltre un secolo più tardi, con la fortunata stagione del Barocchetto.



Il duomo di Pavia

Il duomo di Pavia venne fondato nel 1488 per volontà della cittadinanza e con gli auspici del vescovo Ascanio Maria Sforza, fratello di Ludovico il Moro, nel luogo dove sorgeva la doppia cattedrale romanica dedicata a santo Stefano ed a santa Maria del Popolo. Era espressa intenzione dei fondatori erigere un’importante fabbrica che fosse pari per grandiosità alla chiesa di santa Sofia di Costantinopoli.
Sono attribuibili a progetti di Donato Bramante la cripta, compiuta entro il 1492, ed il sistema dei pilastri che sostengono la cupola, con soluzioni che preludono al progetto ideato dal maestro urbinate per la basilica di San Pietro a Roma.
Come consulenti per la costruzione furono chiamati Leonardo da Vinci ed il senese Francesco di Giorgio Martini (1490); la direzione dei lavori fu però affidata ad architetti lombardi. Fra cui Cristoforo Rocchi e Giovanni Antonio Amadeo.
Presso i Civici Musei di Pavia è conservato il grande modello ligneo della chiesa- intagliato da Cristoforo Rocchi e da Giovan Pietro Fugazza – che costituisce una preziosa testimonianza della prassi operativa del cantiere. Il Duomo, che presenta un impianto basilicale venne realizzato con tempi molto lunghi e con numerosi varianti di progetto. Alla fine dell’Ottocento era ancora in corso la costruzione della cupola, terza in Italia per grandezza, mentre la facciata si presenta tutt’oggi in cotto rustico per ma mancanza del rivestimento marmoreo. Nella cattedrale sono conservate importanti opere d’arte, fra cui pregevoli altari e numerosi dipinti di epoca barocca.


La Certosa di Pavia

Ai confini del parco del castello di Pavia, nel 1396 il duca Gian Galeazzo Visconti fondò la Certosa, dedicata a santa Maria delle Grazie, con l’intento di farne il sepolcreto della dinastia. Per lunghe e discontinue fasi di realizzazione e di decorazione del complesso monastico abitato da Certosini , furono attivi architetti , scultori e pittori non solo lombardi, ma di provenienza e formazione diverse. Famosa per l’esuberante ricchezza della decorazione la plastica, la Certosa ospita numerosi capolavori del Rinascimento. Un intensa campagna edilizia ebbe luogo a partire dalla metà del Quattrocento, sotto l’impulso della nuova dinastia sforzesca; ancora nel Cinque cento si lavorava alla facciata della chiesa – realizzata in marmi policromi- nelle porzioni soprastanti il basamento quattrocentesco e il portale riccamente scolpiti. La chiesa presenta pianta cruciforme a tre navate con cappelle laterali; ogni braccio del capocroce è triabsidato. Sopra la campata di incrocio si leva un alto tiburio. Per l’interno, dove alti pilastri a fascio sostengono volte costolonate , si usò in prevalenza pietra di Angera, mentre l’estremo, fasciato da loggette che corrono lungo la linea gronda, è realizzato in rosso laterizio. Responsabile dell’impianto planimetrico è ritenuto Bernardo da Venezia, attivo anche a Pavia per il castello e la chiesa di Santa Maria del Carmine. Il cantiere quello del Duomo di Milano da cui provennero anche maestranze, come i Campionesi e i Solari. Ebbero ruolo importante per la fabbrica anche il pavese Giovanni Antonio Amedeo e Cristoforo Mnntegazza. Il chiostro piccolo, opera di Guiniforte Solari, è rivestito con terracotte a stampo, della bottega del cremonese Rinaldo de Stauris; attorno al chiostrino stanno i luoghi per la vita in comune ovvero il refettorio, la sala capitolare, la biblioteca. Lungo il perimetro del chiostro grande, che presenta una ricca decorazione in cotto con statue di monaci e santi, sono invece distribuite le 24 celle, ciascuna a due piani e con piccolo giardino. Completano il complesso monastico l’ortaglia, il pergolato a colonne, la peschiera, vani e corti di servizio, l’edificio che ospita la foresteria, detto palazzo ducale (dove ha sede anche il museo della Certosa) con la facciata - progettata da Francesco Maria Richino (1652)- che delimita verso sud il giardino antistante la chiesa; si distribuiscono attorno a tale giardino l’atrio affrescato l’antica sede della farmacia e delle officine.


La pittura nel Quattrocento

Fino al 1745 circa la pittura a Pavia fu dominata dai maggiori rappresentanti della cultura tardo gotica: Michelino da Besozzo, il veronese Antonio Pisano detto il Pisanello, Bonifacio Bembo, i quali lasciarono un ‘impronta profonda sull’attività dei maestri locali. Il nome di Michelino da Besozzo compare in un elenco di pagamenti del 1388 relativo alla decorazione del secondo chiostro del convento di S. Pietro in Ciel d’Oro con le Storie di Santo Agostino, di cui non resta traccia, mentre nel 1394 viene allontanato a Michelino la perduta ancona di Santa Mostiola; Pisanello giunse certamente a Pavia, dove decorò una delle sale del Castello, forse in occasione della vista dell’imperatore Giovanni Paleologo( 1426) oppure, come appare più probabile, nel 1439-40 quando si ritiene, realizzò la medaglia col ritratto di Filippo Maria Visconti. I possibili rapporti di gentile da Fabriano con Pavia debbono essere verificati, ma l’esistenza di un bellissima tavola devozionale, la Madonna col bambino tra S. Francesco e S. Chiara, eseguita per le monache del Convento di S. Chiara la Reale (ora nella Pinacoteca Malaspina di Pavia ), attribuita con qualche riserva a Gentile, permette di valutare meglio l’opera dell’artista in relazione agli sviluppi della pittura pavese; certe è invece l’alterna presenza a Pavia di Bonifacio Bembo, a partire dal 1456 fino ai primi anni ’70.
Le ragioni di certi ritardi della cultura figurativa pavese e lombarda sono ascrivibili per larga parte, oltre che agli artisti, alla committenza di giusto eclettico, sensibili alle novità dell’arte contemporanea, ma al tempo stesso ancora attratta dalla tradizione tardo gotica, che meglio rispondeva alle sue esigenze, secondo modelli convenzionali provati da tempo. Chiari esempi del comportamento della committenza locale nell’ottavo decennio del ’400 sono due importanti imprese avviate nel 1474 e nel 1476: l’ancona per la Camera delle Reliquie del Castello e gli affreschi del tramezzo della Chiesa S. Giacomo imprese alle quali collaborava una squadra di pittori diversissimi tra loro, Bonifacio Bembo, Vicenzo Foppa e Zanetto Bugatto. Il Foppa in questi anni aveva già terminato gli affreschi nella cappella Portinari in S. Eustorigio a Milano, di chiara intonazione rinascimentale, nei quali dimostrava ampiamente il proprio talento prospettico. Purtroppo non ci rimane alcuna testimonianza delle due imprese decorative e resta per noi difficilissimo immaginare i risultati ottenuti affiancando personalità tanto eterogenee.
Il pittore pavese, che per primo e quasi in un pionieristico isolamento, elaborò un moderno linguaggio figurativo, è Donato de’Bardi. La sua attività si svolge prevalentemente in Liguria, dove è più volte documentato a partire dal 1426 fino alla morte avvenuta tra il 1450 ed il 1451. Le poche opere a lui ascrivibili testimoniano un percorso artistico inedito nel panorama ligure e lombardo della prima metà del secolo; le tavole con S. Caterina, S. Giovanni Evangelista, S. Giovanni Battista, e san Benedetto (Genova Accademia Linguistica), e il trittico del Metropolitan Museum di New York, firmato “Opus Donati”, risentono dell’influsso di Michelino da Besozzo e della coeva pittura lombarda, ma non vi mancano riferimenti all’arte francese e toscana. Solamente un contatto diretto con l’arte fiamminga può invece spiegare la svolta nel percorso artistico del pittore pavese, testimoniata dalla bellissima tavola della Presentazione al Tempio, ora in collezione privata: le minute figure, ancora d’intonazione goticheggiante, occupano lo spazio disposte simmetricamente, all’interno di una cappella coperta da una volta a crociera, costolonata e decorata conci bianchi e neri, alla maniera ligure. Lo schema prospettico dell’edificio è reso ancor più credibile dal sapiente gioco luministico.
Successiva di qualche anno è la Madonna allattante del Museo Poldi Pezzoli a Milano. In questa tavoletta gli ascendenti fiamminghi sono tanto più evidenti nel trattamento del panneggio e nell’impaginazione, ma vengono a loro volta superati dall’interpretazione che Donato dà al tema, in chiave di intima e dolce espressività, in anticipo sui futuri sviluppi della pittura lombarda. La Crocifissione della Pinacoteca Ciivica di Savona è l’opera più complessa e matura di Donato de’ Bardi, databile agli ultimi anni della sua attività.
Il distacco della tradizione gotica è ormai definitivo, irreversibile, tuttavia, ancora una volta, i referenti non sono da cercare tanto nella pittura toscana, quanto nell’arte fiamminga e tutt’al più veneta.
In territorio pavese le novità introdotte dal conte de‘Bardi non verranno accolte dai pittori locali, almeno fino agli anni ’80. Bisogna infatti attendere che venga assimilata la lezione severa del bresciano Vincenzo Foppa, già attivo a Pavia dal 1458, e certamente al corrente della ricerca condotta da Donato. Ma un altro stimolo innovativo giunge da Ferrare, per il tramite del pittore piemontese Giovan Martino Spanzotti.
Il riscontro di questa convergenza d’interessi è offerto dalla decorazione della cappella del Collegio Castiglioni (1475). Non si conoscono i nomi degli autori di quegli affreschi, recentemente ricondotti all’operato di un solo autore denominato Maestro della Cappella Castiglioni; resta tutt’ora più convincente l’ipotesi che si tratti di un opera dovuta a un èquipe di pittori guidati da Bonifacio Bembo a dal Foppa, sensibile alle ricerche spaziali, avviate dal bresciano, ma con l’intervento di altre forti personalità, che si esprimono talvolta mediante segni aspri e inquieti (si vedano ad esempio le figura della Annunciata e dei soldati nella lunetta con al Ressurezione ). Il Tanzi ha proposto di assegnare al cosiddetto Maestro della Cappella Castiglioni anche la crocifissione affrescata su un pilastro della chiesa di S. Maria del Carmine a Pavia. Tuttavia l’affresco è stato recentemente attribuito con argomentazioni più convincenti dal Frangi al un anonimo Maestro di Andriola De barrachis. I volti della Madonna e di S. Giovanni nella pietà della Pinacoteca Malaspina, attribuita da Andriola, riecheggiano fortemente quelli delle figure dipinte sul pilastro del Carmine. A partire dal 1488 cominciò a lavorare all’impresa decorativa della Certosa, eseguendo diversi affreschi e pale d’altare, il pittore Ambrogio da Fossano detto il Bergognone. La prima opera che il Bergognone eseguì per la committenza pavese parla con la Madonna in trono col Bambino tra Santi e Sante e il committente Girolamo Calagrani (1845 ca.), proveniente dalla chiesa pavese di S Epifanio, ora conservata nella Pinacoteca Ambrosiana. Viene spontaneo, esaminando questa tavola, il raffronto con la pala Bottigella del Foppa (pinacoteca Malaspina), dove il pittore bresciano sperimentava in maniera analoga l’Impianto spaziale unitario della “sacra conversazione”, in alternativa ai più tradizionali polittici. Nella bellissima tavola proveniente dalla Certosa, ora alla national Gallery di Londra con la Madonna in trono col Bambino tra Santa Caterina d’Alessandria e S. Caterina da Siena (1940 a.C.) il Bergognone mostra di essersi svincolato da un percorso segnato dall’esperienza foppesca e zenaliana, maturando da un lato un autonomo linguaggio figurativo, dall’altro ricorrendo alle ricerche spaziali condotte dal Bramante. La successiva pala di S. Siro, conservata nella chiesa della Certosa, rivela un’ulteriore riflessione sull’esperienza bramantesca, in particolare sugli affreschi con gli uomini d’arme, dipinti da bramante in casa Panigarola, e ora alla Pinacoteca di Brera (si noti a questo proposito il punto di vista fortemente scorciato dal basso verso l’alto), mentre la calibratissima resa luministica presuppone la conoscenza di modelli fiamminghi.
Parte della complessa del transetto della chiesa certosina sono gli affreschi nei due catini absidali del transetto, l’uno raffigurante la Madonna col Bambino fra Filippo Maria e Gian Galeazzo Sforza, l’altro con l’Incoronazione della vergine tra Francesco Sforza e Ludovico il Moro (1492-94). L’intero ciclo al quale collaborò pure Jacopino de Mottis con la sua Bottega, risente notevolmente ancora una volta dell’influsso bramantesco, ma almeno per quanto riguarda Ambrogio rappresenta l’ultimo della sua adesione a questa vicenda figurativa. Nel 1494 il Bergognone abbandona il cantiere certosino e si dedica a numerose imprese decorative a Lodi (chiesa della Santa Incoronata) e nel milanese, se tutte opere con ascendenti leonardeschi.
Più aggiornato e partecipe del nuovo clima culturale è il pittore Bartolomeo Bonone, attivo negli anni a cavallo tra il XV ed il XVI secolo. Pur rimanendo escluso dal cantiere delle Certosa, il Bonone si rivela sensibile alle infiltrazioni classicistiche. L’annunciazione (solo di recente riferita al pittore pavese), affrescata nel duomo di Bobbio, risente fortemente del linguaggio maturato dagli scultori e dai vetrai attivi alla Certosa. I rapporti con l’attività del Bergongone nei primi anni ’90, sono tanto più evidenti nelle tavole di Moncalvo, del museo civico di Lodi e in quella firmata e datata 1507 del Museo Petit Palais di Avignone, un tempo collocata nella chiesa di S. Francesco a Pavia. Al Bonone recentemente sono stati pure riconosciuti alcuni resti di affreschi nelle chiese Pavesi di S. Pietro in Ciel d’Oro e du S. Francesco. La lunetta affrescata nel transetto di S. Francesco, col Battesimo di S. Agostino (se l’attribuzione all’artista è corretta, e il confronto con la Crocifissione del duomo di Piacenza, scoperta dal Peroni sembra confermarlo) attesta la fase più matura dell’attività di Bartolomeo, spiegabile solamente con la Conoscenza diretta delle opere di Bramante e Bramantino.
Negli stessi anni, tra il 1490 ed il terzo decennio del ‘500, lavorano a Pavia Bernardino de’Rossi e Bernardino Lanzani. Bernardino de’ Rossi fu l’unico pittore pavese a partecipare all’impresa decorativa degli ambienti della Certosa, in particolare all’i,presa decorativa degli ambienti della Certosa, in particolare dipinse una serie di affreschi, ora al Museo della Certosa, databili tra il 1494 ed il 1510, per le celle del chiostro grande e decorò il vestibolo nel 1508. Dai certosini gli vennero pure allogati gli affreschi nella prima cappella a destra della chiesa di Pancarana (1505)e la decorazione della facciata alla chiesa di Vigano (1511). A Pavia, nel 1512, Bernardino affresca, la cappella Berzio in S.Marino. L’intero percorso artistico del pittore è caratterizzato da una ripresa superficiale dei moduli formali del Bergognone, ai quali si aggiunge l’autorevole modello del Perugino dell’Adorazione un tempo collocata nella cappella di S. Michele nella chiesa della Certosa.
Diverso il percorso di Bernardino Lanzani, escluso dai lavori della Certosa ma attivissimo a Pavia e a Bobbio, dove si rifugiò a seguito di una condanna a morte per omicidio. Il Lanzani compì la propria formazione presso la bottega di Jacopino de Mottis, pittore e vetrai, ma la sua produzione giovanile è scarsamente documentata. Il Polittico del Carmine (da poco correttamente attribuito a Lanzani dal Tanz, il quale ha pure proposto una datazione attorno al 1507). Rivela un artista, che accoglie ancora timidamente le indicazioni provenienti dai maestri che operavano alla Certosa, mentre soluzioni formali prese a prestito dalla pittura del Perugino e del Bergognone prevalgono nei tre pannelli del museo di Ajaccio con S.Caterina, S. Orsola e S. Marcellina databili al 1508 circa. Non possiamo dare conto in questa sede di tutta la copiosa produzione dell’artista, basti qui sottolineare come questi si adattò continuamente alle novità maturate fino al punto di interpretare in maniera tutta pavese la Madonna Sistina e S. Cecilia di Raffaello nelle tavole del monastero di San Colombano a Bobbio. Nelle grottesche che fregiano gli affreschi del Lanzani nel Seminario Vescovile a Pavia (1506-1507, è stata riconosciuta da tempo la mano di un pittore singolarissimo battezzato dall’Arslan, ma individuato dallo Suida, Maestro delle Storie di S. Agnese degli affreschi in S. Teodoro (1519). Pittore eccentrico e anticlassico, dimostra fin dalle prime opere stretti rapporti con l’arte del Bramantino, si vedano ad esempio le quattro tavolette del Fogg Art Museum (Cambridge, Massachusset) eseguite probabilmente dopo un viaggio a Roma in compagnia del Bramantino e di Gaudenzio Ferrari o le più tarde storie di S. Antonio abate della chiesa di S. Salvatore (dopo il 1514). A una fase più matura e ardita della sua attività appartengono gli affreschi del transetto e della cripta si S. Teodoro, che Mina Gregori ritiene spiegabili solamente ipotizzando un secondo soggiorno dell’artista nella città dei papi. In fondo a questa breve panoramica sull’attività dei pittori pavesi del Quattrocento, ci resta da illustrare in poche righe il percorso svolto da Lorenzo Fasolo.
Questi abbandonò molto presto la città per recarsi il Liguria 1495 ca) dove rimase, salvo un breve ritorno in Lombardia, presumibilmente fino alla morte. La sua pittura va lentamente emancipandosi dalle formule foppesche delle quali si serve ancora nel Polittico, già in S. Maria in Carignano, nella tavola di S.Francesco a recco e nel Compianto di Cristo di Chiavari, conservando tuttavia un modellato piuttosto secco. Nel dipinto del Louvre raffigurante la genealogia della Vergine, firmato e datato 1513, il Fasolo dimostra invece il proprio interesse per il vocabolario leonardesco e zenaliano: la folla dei personaggi: la folla dei personaggi, disposti a semicerchio. È avvolta da una luce quasi palpabile; tuttavia, come ha ben sottolineato il Frangi, si colgono pure chiari rimandi alla coeva pittura piemontese, Marsino d’alba e Defendente Ferrari, pittori ai quali il Fasolo doveva sentirsi culturalmente più vicino.