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Vivere a Casteggio
L'antica Clastidium sulle colline vitate dell'Oltrepò
LLa ricca Casteggio, ormai da anni ai vertici delle classifiche dei paesi dove si vive meglio, si presenta alle soglie del terzo millennio così come l’abbiamo tratteggiata: ricca sopratutto di storia, che ancora ci narra dei momenti di gloria dell’epoca romana; ricca d’arte, con i suoi palazzi settecenteschi e le ville sulle colline;ricca di personaggi e di incontri, da Garibaldi ad Einstein. Vi proponiamo la scoperta dell’antico Clastidium e della nuova Casteggio.
Casteggio. “Il Duce si è pure compiaciuto che il suo nome venga inciso nell’albo dei benefattori insigni della chiesa e del Borgo e che nella nostra cripta sacrario sia posto un medaglione in memoria del suo eroico figlio Capitano Bruno Mussolini”. Così, l’11 luglio 1942, scriveva, Lo Svegliarino a proposito dell’offerta di Benito Mussolini che aveva voluto intervenire di persona per contribuire all’ultimazione della nuova chiesa dedicata al Sacro Cuore, da qui, dal tempio in cotto rosso costruito fra il 1937 e il 1964 che con la sua sagoma imponente si staglia contro il cielo, incomincia il nostro viaggio alla scoperta di Casteggio e dei suoi duemila anni di storia,alla ricerca di cose note e meno note, di storie risapute o dimenticate.
Dopo una vista alla chiesa, ricca nei marmi e negli ornamenti che la abbelliscono, usciamo in piazza Sante e imbocchiamo via Roma fino a Piazza Cavour. Entrambe sono nate verso la metà del secolo scorso, quando l’amministrazione decise di rettificare e coprire parte del corso del torrente Coppa. Al centro della piazza, attualmente utilizzata come parcheggio e sede dei mercati settimanali di domenica e mercoledì, sorge una fontana, collocata nel secondo dopoguerra nel medesimo punto dove un tempo sgorgava una fonte di acqua sulfurea. Sulla destra, nei locali dove si trovava il caffé Italia, nel secolo scorso sorgeva l’albergo della Posta, ritrovo dei patrioti e fulcro degli entusiasmi rinascimentali. Poco distante,nell’attuale tabaccheria rossi, era invece il Caffé Gaiotti, dove nella primavera del 184, Giuseppe Garibaldi fece tappa mentre si trovava in viaggio per Milano. All’eroe dei due mondi, Casteggio, che vanta una forte tradizione garibaldina, volle dedicare una via e una targa, realizzata dallo scultore Alfonso Marabelli e collocata in piazza, sulla faccia di Casa Giulietti (ora Banco-Ambrosiano).
Prima di lasciare la piazza e svoltare a destra, in via Garibaldi, soffermiamoci un istante ad ammarare la facciata Liberty di Palazzo Ravetta, oggi sede dell’Albergo-Paninoteca Cavour. Di ispirazione francese,nella parte centrale l’edificio è dominato da due grandi cariatidi che con le braccia sostengono una sottogronda, a sua volta realizzata dall’ingegner Raffaele Ravetta, fu ispirata dalla pittrice casteggiana Lina Sannazzaro e dal marito già citato Marabelli.
Percorriamo ora Via Garibaldi, praticamente immutata rispetto al secolo scorso, come attestano alcune fotografie dell’epoca, e saliamo verso la parte più antica del paese, chiamata il Borghetto. Dopo Piazza Martiri della Libertà, che si apre sulla sinistra con il monumento bronzeo realizzato nel 1984 dallo scultore Giovanni Scapolla e dedicato ai partigiani uccisi nella guerra di liberazione dal nazi-fascismo, oltrepassiamo la chiesa dedicata a S. Gaetano e giungiamo ai piedi di palazzo Battanoli, costruito nel Settecento conglobando parte delle antiche mura difensive di età viscontea, ora sede della Biblioteca Civica e dell’ufficio di Collocamento. A sinistra, sulla facciata di casa Oleotti, è conservato un bassorilievo in alabastro risalente alla fine del XV secolo che raffigura la Vergine. L’opera proviene dall’antico oratorio dedicato alla madonna della Neve (S.Maria ad Nives), che sorgeva sul piazzale e che venne demolito nel settecento.
Imbocchiamo l’arco di Palazzo Bettanoli, sotto la cui volta sono stati immurati alcuni reperti archeologici di epoca romana rinvenuti in paese, ed iniziamo a percorre via Castello; Subito sulla destra, notiamo la lapide in marmo dedicata al dottor Carlo Sclavi, medico condotto del secolo scorso e generoso benefattore. Più avanti, all’incrocio con via Monsignor Torta, si trova invece palazzo Carena: realizzato nel settecento, nella sua parte nobile l’edificio è adibito ad abitazioni popolari, mentre quella che era la parte rustica ospita il Municipio.
Di fronte al palazzo si trova il giardino delle Rimembranze che sale verso largo Alpini ed è dominata dal simbolo di Casteggio ossia la statua della Vittoria Alata. Dedicata ai caduti della prima guerra mondiale, realizzata in bronzo dallo scultore Pier Enrico Astorri e imponente nei suoi diciotto metri e mezzo di altezza, l’opera venne inaugurata il 21 novembre 1926 da Umberto di Savoia, allora principe del Piemonte.
Nei giardini, oltre a due cannoni austriaci, residuati al primo grande conflitto, è conservata un ‘urna in marmo travertino, realizzata dallo scultore Alfonso Marabelli, dove, dal 1937, riposano i resti dell’esploratore Giuseppe Maria Giuletti, trucidato in Dankalia insieme alla sua spedizione. A fianco del complesso corrono i caratteristici archi, edificati verso il 1767 per ampliare la spianata del Pistornile dove, ogni mercoledì, si svolgeva il mercato. Di fronte troviamo la chiesa di S. Sebastiano, senza dubbio l’edificio religioso artisticamente più rilevante, ma purtroppo chiusa al culto da anni.
L’edificio sorse nel 1570 sotto l’invocazione della S. Trinità, poi mutata in quella di S. Sebastiano nel 1590. Nel 1750 fu edificato il campanile con la cupola in marmo, mentre nel 1767 venne avviata una ristrutturazione generale con la creazione di cappelle laterali. Il progettista, l’architetto Lorenzo Cassani di Pavia, la dotò di una suggestiva facciata barocca, caricata al centro al centro da un medaglione affrescato che raffigura S. Sebastiano, attribuito alla scuola del Parmigianino, oggi purtroppo quasi scomparso. All’interno l’edificio presenta due altari laterali, uno di marmo dedicato a San Carlo Borromeo, l’altro in stucco dedicato all’Immacolata. L’altar maggiore, in marmo è stato asportato in seguito a lavori conservativi nel 1776 da Francesco Antonio Coscia e da Giovanni Carlo Clavenzani. Al centro del coro si trova il dipinto che raffigura S.Sebastiano, S.Rocco, la trinità e la vergine, opera del secolo XVII, realizzato dal Bibilena anche se a lungo erroneamente attribuito a Bernardino Luini. Curati nella parte tecnica dal geometra Renzoo Guarnaschelli e controllati dalla soprintendenza ai Monumenti della Lombardia, i lavori di restauro del sacro edificio del sacro edificio non sono ancora stati ultimati.
Proseguendo ci si inoltra nell’antico impianto romano del borgo, di cui via Castello costituisce il “cardo massimo” , eredità dell’epoca latina, quando la parte alta del paese era occupata da un accampamento militare. Fino al suo termine, la via è affiancata da una cortina di case le une addossate alle altre, secondo un’impronta tipicamente medioevale. Svoltando a sinistra giungiamo finalmente alla spianata del Pistornile, oggi piazza castello, definito da Alessandro Maragliano “l’anima, il nido delle memorie” del paese. Il toponimo “Pistornile” è di origine chiaramente latina e deriva dal fatto che in epoca romana la zona era occupata dai magazzini di vettovaglie e in particolare da macine formi detti “pistoria” , da cui “pistoriensis domus”. Il Pistornile fu scenario di violente battaglie nel 222 a. C., quando il console Marcello sconfisse i Galli condotti dal re Virdumaro, e poi ancora nel 21 a. C., quando l’antica Clastidium venne conquistata dall’esercito del cartigianese Annibale.
Procedendo lungo la piazza, sella destra troviamo la casa della feudataria, di rappresentanza delle antiche famiglie che dominarono il paese (oggi Bassetti-Malcovati), quindi l’ex convento delle Clarisse, nella cui ala sud visse Alessandro Maragliano, figura eclettica del mondo della cultura del secolo scorso, poeta e scrittore, pittore e scultore, commediografo e storico. La piazza termina nel largo Alpini, costituito dal belvedere di Casteggio. Da questo punto si può godere la vista della pianura padana e nelle giornate limpide si vedono ad occhio nudo le sagome del Duomo di Voghera e di Pavia. Una curiosità: nel 1859 Napoleone III salì a cavallo sul Belvedere per osservare l’immenso campo di battaglia, ancora fumante, che si stendeva ai suoi piedi mentre l’esercito austriaco si ritirava da Barbianello.
Se imbocchiamo i vialetti alberati che partono da largo Alpini ci ritroveremo in via Circonvallazione Cantù e quindi di nuovo in piazza Martiri, mentre se ritorniamo su nostri passi imboccheremo in piazza della Chiesa, dominata dalla parrocchiale dedicata a S.Pietro Martire. Dell’originario edificio trecentesco rimangono solo la sacrestia e la torre campanaria (ristrutturata dopo il terremoto del 1828 ed in seguito dotata di un orologio), mentre l’attuale edificio risale ai primi anni dell’Ottocento e presenta quindi linee e forme di ispirazione neo-classica. A fianco della chiesa si trova palazzo Civardi, già dei conti Mezzabarba di Pavia. Dalla base scarpata che si nota verso via Circonvallazione Cantù l’edificio mostra tutta la sua robustezza, tale da far ritenere che si tratti della parte superstite dell’antico castello medievale di cui non è rimasta altra traccia.
Scendiamo ora verso via Circonvallazione (un tempo il terraggio, ossia il camminamento che costeggiava il muro di cinta medievale), svoltiamo a sinistra e giungiamo alla Certosa, ultimata nel 105 dai monaci seguaci di S. Brunone, che vi avviarono uno dei più moderni e capaci impianti di produzione di vino dell’epoca. Attualmente interessato da massicci interventi di restauro, l’edificio accoglie nell’ala già occupata dalle scuderie il Museo Civico Archeologico, interessante per la ricchezza di reperti di epoca romana e per la raccolta di fossili e minerali. Di prossima apertura al pubblico è anche il parco secolare che attornia la Certosa. Dopo la visita d’obbligo al museo ripercorriamo via Circonvallazione e torniamo in piazza Martiri. La strada ora è tutta in discesa e il ritorno ci sembrerà più agevole e lieve. Sulla strada di casa, infine, volgiamoci verso il Pistornile. Nella facciata rossa di villa Pelizza-Marangoni, nota come la “Cà d’Oro) in quanto riecheggia nelle linee il celebre edificio veneziano. La casa si trova in via Sforza Visconti, nel cuore del centro storico. Tutto quello che si vede, al di là di un vecchio cancello in ferrobattuto, sono gru, ponteggi e lo scheletro di quello che nei primi anni del Novecento fu un raffinato salotto culturale. Limitatevi dunque ad ammirare, la villa da lontano e ad immaginarla come doveva essere ai tempi in cui vi si davano convegno Eugenio Montale e Vasha Priodha, Diego Valeri e Salvator Gotta, Giovanni Banfi e Mario Baratta, quando per le sue sale echeggiava il suono del violino di Albert Einstein, accompagnato al pianoforte della sorella Maja.
Fatevi suggestionare dalla fantasia e lasciatevi prendere dall’incanto che, a distanza di mezzo secolo dalle sue visite, fece dire allo scienziato “Che bel ricordo è Casteggio!”
Un paese nel cuore di Einstein
Osservate, se vi avviate verso Casteggio, lungo la statale Padana Inferiore, dopo Montebello, il bel profilo del colle della romana Castadium. Non mancherete sicuramente di lasciarvi affascinare dalle bella cortina di case che, in linea monotona, quasi come la corona turrita che cinge il capo dell’iconografia classica di una dea greca, cinge quel cucuzzolo.
Nel bel mezzo, ad interrompere il susseguirsi di quelle mura, è una bella costruzione, singolare per lo stile architettonico, unica nel suo genere in tutto l’Oltrepò, dal colore rossiccio, quasi rosa antico, ricopiante lo stile famoso della celebre “Cà d’oro” di Venezia.
È villa Pelizza Marangoni. Qui il giovane Albert Einstein, era richiamato olre che dalla bellezza dei nostri luoghi, soprattutto dalle gentili forme femminee della “padroncina” di quel singolare angolo di “paradiso”, Ernestina Marangoni. Il primo incontro tra Albert ed Ernestina, un classico coupe de foudre voluto dal destino, fu in Pavia, lungo il Ticinio dove, come racconta la ragazza:” si era nel 1896, io e mia madre eravamo a fare il bagno a Ticino, quando si presentò un porfessore amico di famiglia (Otto Neustatter di Konisberg) venuto a far pratica oculistica presso l’illustre professor Falchi, accompagnato da un giovane che venne presentato a mia madre come Albert Einstein. In quel momento stavo imparando a fare “il morto” nelle acque del Ticino, mia madre mi chiamò e io mi diressi verso riva ove ebbi modo di conoscere il diciassettenne Einstein. Era un giovinotto smilzo e scialbo pallido in viso coi capelli di un chiaro castano a piccoli ricci e gli occhi di un grigio scuse senza traccia di baffi, un viso gentile e quasi femmineo. Nessuna pretesa di eleganza. Parlava l’italiano con un certo sforzo, ma riusciva sempre a spiegarsi”,
Qualche giorno dopo, che da alcuni mesi si era stabilito a Pavia con i genitori, accompagnato dal dottor Neustatter, fu condotto in Casteggio nella villa Pistomile e successivamente seguì la presentazione ad Ernestina della sorella del futuro scienziato quella Maja che, per le comuni affinità musicali con la padroncina di casa, ne divenne più che un’amica, una sorella. Mozart, Beethoven, Wagner, Schubert ed autori classici furono le comuni esperienze musicali che affratellarono il gruppo nel salotto della casa stile moresco dell’alto pavese. È ancora Ernestina a ricordare “Ciascuno di noi andava a gara a studiare un pezzo per eseguirlo nel miglior modo possibile. I nostri gusti per Beethoven e Wagner coincidevano. Quando Albert tornava dalla svizzera, nell’intervallo fra i semestri (di studio), il suo violino, che egli abbracciava chiamandolo mio fanciullo, ci deliziava. Egli suonava veramente bene, con profonda passione, accompagnato dalla sorella”.
Dolci come i colori che permeano oggi come allora i colli del casteggiano in tempo di vendemmia, furono le giornate ottobrine trascorse da Einstein presso casa Marangoni nell’arco di alcuni anni.
Lunghe passeggiate tra vigneti interrompevano, alternandosi, le virtuose esecuzioni, un paio d’ore di buona musica al pianoforte , accompagnate da Albert con il violino che la signora Rachele Venco, madre di Ernestina, premurosamente si faceva dare in prestito dal cugino, il notaio Davide Giuletti, dopo di chè il gruppo, lasciata la casa, si inoltrava tra i vigneti che circondavano il Pistornile, in lunghe passeggiate sino ai fondi vitati di Giulio Marangoni al Pozzo Bianco e quindi alla Camarà, nei tenimenti dell’ingenger Pasquale Pelizza (futuro suocero di Ernestina): “la prima volta che lo accompagnai nei nostri vigneti per vendemmia ne rimase incantato- non ho mai visto l’uva in questo stato!- Anche qui gli procuravo un violino e lui faceva musica”.
L’ultimo autunno che vide Einstein in Casteggio fu quello del 1899, poi i rapporti si faranno solo epistolari con la giovane amica e tra questa e la sorella dello scienziato, scarsi, con lunghi intervalli di silenzio, mai però. Definitivamente interrotti.
Poi venne le guerra mondiale, la seconda, la più sconvolgente. Le restrizioni razziali avevano portato lo scienziato, di origine ebraica, negli Stati Uniti, a Princeton con la sorella Maja.
Il 18 aprile 1939 ad Ernestina, Maja scrive: “Ti ho pensata tante volte ed abbiamo parlato di te, di Pavia e di Casteggio, con Albert che diventa tenero se ricorda quei tempi”.
Ero un dolce segreto quello che si celava dietro quella tenerezza al ricordo di Casteggio. Il ricordo di una tenera passioncella per la bella Ernestina che lei stessa confesserà al fidanzato Edmondo nel Luglio del 1899. Una prova di estrema onestà, gratificata dal tono canzonatorio con cui risponderà Edmondo non adirandosi, ma analizzando il fatto con pacatezza: ”Lo Psicologo letti i documenti importantissimi, avanti di pronunciare il suo giudizio, comprendendo le sue qualità di scienziato?!!! Quanto possano sull’animo suo influire certe condizioni speciali.. declina il suo mandato. non vi piace amica, l’esordio dell’epistola? L’intonazione è tutta a favore dell’argomento e ancor più si adirerebbe al povero psicologo se vi facessi una...mezza professione di gelosia…perciò che riguarda il vostro passato...D’altra parte ostacolo all’analisi psicologica sono quelle delle lettere tedesche che interrompono, per chi esamina i documenti e non le sa decifrare il filo dell’ingenua passione giovanile e delle quali com’è naturale, dovrete dare al vostro Signore…presente, ampia, spiegazione. Sentite quanta severità?Per fortuna che ufficialmente ho rinunciato al lavoro di psicologia, Ho detto ufficialmente perché tutt’al più dirò una parola quasi uscisse spontanea da me , come spontanea in me era nata l’idea, allorquando mi avete notificata l’esistenza di un plico segreto e di cui io dovevo essere il vernificatore.
Ora trattandosi di una questione che si spiegò soprattutto in un “Circolo”, s’intende di Convegno, mi sorse l’idea di chiamarlo l’affaire Marangoni, per quella nota legge della successione delle idee, la quale mi richiamò alla mente i Circoli Militari di Francia, Dreyfus, Labori, Zola ecc. e infine l’affare Dreyfus per il quale non mancò la donna velata misteriosa e sotto la cui forma io vi vidi un giorno lontano della nostra amicizia…Ricorderete infatti che fra le mie tante spontanee malignità vi fu anche quella di cimentarvi chiamandovi “donna velata”. Perdonate mie divagazioni, pensando che le requisitorie sono sempre precedute da esordi. Quanto se non altro è di attualità. Entro in argomento e vi manifesto subito il mio contento per aver compreso come il vostro amore fosse del tutto terreno. D’altra parte vi accuso per non avermi prima d’ora fatto conoscere una pagina della vostra vita che ha tanta importanza per un successore…Vi accuso perché i sono stato più leale(trovate!) parlandovi ampiamente della mia vita intima passata…D’altra parte vi volevate conquistare e ciò in via di sentimento è per voi una valida giustificazione…ma ditemi, non sono troppo esigente? Anche troppo sapere le disquisizioni filosofiche sulle quali si andava speculando in biblioteca! E poi le meste passeggiate al cimitero…i trifogli di cinque foglie per lui…e per me un po’ d’umor nero, il fiore che spuntava sulle chiacchiere volgari…A dunque la breve ad affrettata lettura ha confermato il mio amico giudizio e cioè che voi passioncella e l’altra…Premetto che di ciò io non ve ne faccio torto, costano solo un fatto ed è per questo che vi prego di non dare una falsa interpretazione alle mie parole. Quale fu il merito vostro? Di aver rifiutato allora e poi i pericoli di una passione,merito che scompare se ciò avete per timidezza, perché in tal caso la volontà non aveva più impero su voi stessa…non ve ne avete a male,così è la vita incerta della gioventù…senti?il giudice severo si è lasciato corrompere da due occhi luccicanti d’amore…”
Di questo prezioso plico di corrispondenza dello scienziato si è persa traccia. Forse, rimasto nascosto discretamente nel più inosservato, inaccessibile angolo della grande casa sul Pistornile, scomparve tra i quintali di carte anonime, di preziosa corrispondenza, di libri di appunti, dispersi dopo la morte di Ernestina nel 1972. Un vero peccato! Si salvarono invece le ultime corrispondenze che seriose e flebili quasi come un segnale di un naufrago nel m are dei più bei ricordi della sua vita, giunsero nel 1952, a guerra finita sul colle casteggiano da Princeton, in un ottobre sicuramente eguale per bellezza a quelli che avevano visto l’ancora sconosciuto studente alternare violino a camminate tra opimi vigenti: “Che bel ricordo è Casteggio! Che fascino ha la piccola cittadina vista ancora l’amabile Sanazzaro e la signora Maja. È difficile per me convincermi che tutti sono invecchiati”.
Alla tristezza per la lontananza del caro colle della sua giovinezza, Einstein in quegli anni univa un’intrinseca amarezza per il destino che, con la fama acquista, lo aveva condannato ad essere definito “padre della bomba di Hiroshima”,
Il 18 aprile 1955, data della sua morte, in un momento di sconforto, confessò “se tornassi indietro giovane, invece dello scienziato farei qualunque altro mestiere, anche lo stagnino!”.
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