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Vivere a Rivanazzano
Per simbolo una torre pentagonale
Se Rivanazzano avesse un simbolo, sarebbe la torre pentagonale. La torre duecentesca, che sorge nella “piazza del ponte “ è l’emblema più originale dell’antico “Vico Lardaio” (cosiddetto, pare, perché vi si trovava un grande allevamento di suini), che nel medioevo, si trasformò in “ Ripa Nazzano”. A Facce irregolari, con otto feritoie a base scarpata e una corona di merli guelfi sulla cima, è l’unico resto delle antiche mura fino alla metà del XVII secolo, cingevano il villaggio, dipartendosi da un castello sfiorato dalle acque dello Staffora.
Da qui, dal cuore storico e amministrativo di Rivanazzano, incomincia la nostra passeggiata. A lato della torre, la piazza principale, piazza Cornaggia, si apre con il gotico del palazzo municipale. Un falso, questa volta, perchè i porticati ad arco acuto, le bifore che ornano il piano nobile e la merlatura a coda di rondine che contorna il tetto e la torre centrale vennero costruite nel primo decennio del secolo (il palazzo fu inaugurato nel 1910)Dietro, verso lo Staffora, la macchia verde del parco Brugnatelli.
I Brugnatelli- di antica nobiltà bobbiese, originari di Brugenello, presso Corte Brugnatella – sono una delle famiglie storiche di Rivanazzano, che conta tra i suoi membri medici illustri e amministratori. Ernesto Brugnatelli vi arriva dopo le cinque giornate di marzo 1848 a Milano, che gli sono costate la persecuzione austriaca. A Rivanazzano fa il medico condotto sarà lui a riscoprire e valorizzare le acque termali della zona, di cui già i Romani avrebbero conosciuto le proprietà curative
Nel 1873, scavando nell’antico miniera di zolfo di monte Alfeo, Brugnatelli trova una sorgente di “acque Sulfuree” e ha l’idea di aprire a Rivanazzano uno stabilimento di cura. La prima sede è il palazzo dei nobili gatti (lo incontriamo incamminandoci lungo la via omonima), lo stesso che poi diventerà l’Albergo Grande. La società “E.Brugnatelli e C.” ottiene risultati tanto lusinghieri da scatenare la reazione della concorrenza degli imprenditori commerciali di Salsomaggiore, che tentano nuove ricche fonti a Rivanazzano. Dopo la sua morte nel 1886, il figlio Gaspare, sindaco del paese, cederà le proprietà dei pozzi paterno alla società “Soppani-Castiglioni e C.”, che lanciando il termalismo salicese e costruendo il Grand Hotel, ma orami le terme di Rivanazzano si sono affermata. Alla fine del secolo l’albergo Grande, con le sue 23 camere, servizio bagno, acqua corrente, autorimessa, giardino, sala biliardi e un grande salone per banchetti, è la meta (gli alti alberghi come il Savoia il Ponte con annesse le terme “Molo”) di un turismo medio-alto, borghesi e aristocratici delle città dei dintorni che uniscono le cure termali alla villeggiatura in campagna.
Le terme si affermano, si costruisce un nuovo stabilimento centrale, Dal Vecchio albergo, oggi fatiscente, ma l’architettura del cortile e del giardino interno comunica qualche segno delle fortune trascorse, si va in corso Repubblica, dove si stagliano le “Terme nuove”. Lo stabilimento, sotto il patrocinio del comune che aveva accordato un sussidio di 25 mila lire alla “società Anonima Terme” (138 azionisti, tutti del luogo, capeggiati da Carlo Zelaschi) venne inaugurato nel 1914. Poco prima della seconda guerra mondiale visse il periodo di maggior splendore: le estati degli ultimi anni ’30 sono ricordate per le feste da ballo accompagnate dall’orchestra di Cinico Angelini, dalle esibizioni del Trio Lescano ed altri artisti dell’Eiar.
Decaduta la modernità, restano le stesse acque salso-bromo-iodiche ancora oggi prelevate dalla zona di San Francesco.
Prima di continuare lungo corso Repubblica merita un accenno il palazzo Malaspina, tra la via omonima e via XX settembre. Venne costruito nel 1760 dal marchese Carlo Giovanni discendente dalla nobile famiglia che fu tra i primi feudatari, nel Medioevo, di Rivanazzano. Dotato di una piccola cappella era circondato da una vasta estensione di terreno. Dai Malaspina passò agli Zelaschi e quindi a Giuseppe Lanati, che dopo averlo lasciato disabitato per trenta anni, nel 1951 l’ha rivenduto a Giovanni Montagan, ricco commerciante di Rivanazzano. Adesso il palazzo è l’abitazione privata.
Dal corso, ritornando attraverso via Brugnatelli e via Mazzini verso il torrente, si incontrano altre due ex dimore “nobili”. La prima, in via Dante, è villa Zelaschi. Già appartenuta al marchese Mandelli di Piacenza, la villa dell’antico Borgo Cane in stile classicheggiante venne acquistato a metà dell’ottocento da Giovanni Zelaschi. Nella residenza, circondata da un vasto giardino e dotata di scuderie, gli Zelaschi, ricchi borghesi, animavano la vita sociale e mondana della Rivanazzano dei primi decenni del Novecento.
La seconda è l’antico palazzo dei marchesi Rovereto (di antica nobiltà ligure, divennero feudatari di Rivanazzano nel 1713 succedendo al marchese Ippolito De Mari), con l’annesso oratorio, dell’Immacolata Concezione. Dal 1947 appartiene alle suore del Santo Rosario apostole del lavoro ed è stato trasformato nel ristorante “Oasi della pace”.
A pochi passi di distanza sorge la Santissima Trinità. La chiesa, in pietra e mattoni a vista, con una facciata neoclassica e un grande portale abbellito dalla trabeazione in cotto, costruisce un organo seicentesco, ritenuto il più antico dell’oltrepò. È la sede della confraternità della Santissima Trinità, riconosciuta dal cardinale Paluzio De Alteriis il 5 novembre 1680 e ancora esistente. All’interno, oltre all’organo, sono degni di nota il coro ligneo, anch’esso seicentesco e un dipinto, “L’Annunciazione”, attribuito a Paolo Borroni.
Dalla chiesa, via Indipendenza riconduce alla piazza del comune.
Dalla piazza per via Leidi ( a don Alberto Leidi, sacerdote e filantropo, appartenente ad un’altra famiglia più in vista del paese, a ci si deve la nascita dell’asilo comunale), si ritorna in corso Repubblica.
Attraversando via Bischizio, dove si fronteggiano casa Chiesa Abbiati (già proprietà dei nobili corti di Pavia, come testimonia lo stemma sul portale di recinzione, e poi Sannazzaro) e casa Bischizio, entrambe residenze di famiglie dei maggiorenti del luogo, si arriva a via San Germano, che conduce alla chiesa parrocchiale.
La chiesa, dedicata a San germano vescovo, nato in Francia intorno al 378 e morto a Ravena a metà del V secolo, patrono di Rivanazzano. È già citata con questa denominazione in documenti del 1334 e del 1595, quale “Pieve di Rivanazzano di Vico Lardaio”.. Venne ricostruita nel 1686, ma subì modifiche nei secoli successivi. Nel 1820 fu ampliata con la costruzione della navata laterale sinistra. Nel 1822 fu eretto il coro, e, due anni dopo, il nuovo campanile, che sostituiva quello abbattuto nel 20’ perché pericolante.
La facciata, in stile neoclassico fu compiuta nel 1894. La abbelliscono sei lesene nella parte inferiore e quattro nella superiore e un grande timpano.
Le decorazioni e gli affreschi, del 1895, sono opera di Rodolfo Gamberini, pittore Alessandrino che poi dipingerà gran parte delle volte del duomo di Voghera.
La chiesa conserva due dipinti di Paolo Borroni. La “Morte del Giusto”, presso la porta laterale di destra, definito dal Maragliano ”di gran pregio per gli scorci, lo studio anatomico ed il sentimento”, venne realizzato dal pittore vogherese nell’anno 1809, su commissione della parrocchia. L’anno successivo borroni eseguì la pala d’altare raffigurante “San Germano benedicente Santa Genoveffa”.
L’interno, a tre navate, presenta un grande altare maggiore, a marmi policromi, sormontato da un tempietto risalente al 1839.
L’orologio pubblico collocato sul campanile, infine, risale alla metà del secolo scorso. Nel 1845, quando venne inaugurato, batteva la “ritirata” per richiamare i contadini dai campi, con ben 156 colpi distinti.
Storia e memoria
Se volessimo ricostruirne le origini, probabilmente avremmo davvero poco da aggiungere alle versioni più diffuse e condivise con dovizia di particolareggiate leggende della tradizione popolare, Del resto, anche i più illustri storici e autorevoli conoscitori delle tradizioni locali hanno alzato bandiera bianca al suo cospetto: troppe le incertezze, al contrario troppo pochi i riscontri oggettivi e documentati che potrebbero frugare dubbi e perplessità sulle origini di quello che indubbiamente, per Rivanazzano, è da sempre un vero e proprio simbolo. Misterioso, certo, ma proprio per questo ancora più autorevole. Non per nulla a trovarsi al cospetto della torre pentagonale di Rivanazzano l’impressione che si ricava è quella di un monumento unico nel suo genere, maestoso ma anche di dimensioni relativamente ridotte. E anche per questo tutto da scoprire.
A rendere unica la torre pentagonale di Rivanazzano è proprio L’unicità della sua struttura, senza simili in tutta Italia. Di più, sulle sue origini,non è dato sapere. Sembra che in passato aveva tentato di affibbiare d’autore un pedigree a questa imponente costruzione dalle facce irregolari sorte a presidio ideale del parco Brugnatelli, su una cui estremità la torre sorge a stretto contatto con alcuni storici edifici del centro storico, ha dovuto ben presto rinunciare all’impresa. Anche i testi più dotti e documentati di storia locale, quelli che – per intenderci- sono risultati utili per scrivere tante e tante pagine di vita rivanazzanese, hanno dovuto necessariamente gettare la spugna di fronte ad ogni domanda specifica sul conto di quello che rimane a tutt’oggi l’emblema delle dominazioni signorili che si sono succedute nei secoli in riva al torrente Staffora. Senza un documento, senza un minimo riferimento su qualche testo che possa illuminare il ricercatore, in paese sono in molti ad avere eretto la tradizione a livello di storia.
C’è anche un periodo indicativo al quale fare risalirne la probabile costruzione: XII secolo, in quella lunga e travagliata fase di transizione nel cuore del medioevo cui si fa riferimento anche per datare la fondazione Rivanazzano. È un momento di grandi migrazioni, è una fase di imponente rilievo storico durante la quale proprio quella grande e ospitale piana che oggi corrisponde all’hinterland vogherese diventa l’ambita mera di genti e popoli erranti che fanno della valle Staffora l’ideale sentiero lungo il quale risalire l’Appennino. La totale assenza di indizi, purtroppo, non vale la possibilità di sapere con certezza se anche Rivanazzano rientra in quel nutrito insediamenti d’epoca ligure o romana che altrove, nei paraggi, è stato possibile accertarne con bassissima percentuale di improvvisazione. Sempre ammesso che esista un’effettiva correlazione tra i popoli che fondarono il vicus e i padri della Torre, non necessariamente in correlazione tra loro. L’unica certezza, è paradossalmente proprio la conferma del prestigio del monumento nonostante le tante lacune esistenti, è costituita proprio dall’indecifrabile unicità della torre, che in tutta Italia può contare su un solo esempio in tutto eguale al modello oggetto di dissertazione: si trova in Emilia Romagna, ha la prerogativa fondamentale di avere cinque facce a struttura rigorosamente irregolare e un mistero altrettanto fitto sulle sue origini. Di epoca romanica dunque? Forse, come sembrerebbe poter confermare la vicinanza a Rivanazzano di un altro modello pressochè simile nel cuor del Monferrato: una torre esagonale, irregolare, costruita quasi sicuramente in epoca romanica, quando il bacino termale era già affermato e conosciuto per le sue proprietà curative e meta di frequenti escursioni. Ma anche in questo caso di versioni ufficiali non ce n’è.
Se le perplessità sulla sua storia non mancano,una solo sembra essere oggi certezza incontestabile: la torre di Rivanazzano è un vero e proprio monumento artistico di elevato valore, protetto come tale dalla Soprintendenza ai beni Monumentali. In realtà quanto nobili sono le sue origini remote, altrettanto criticabile è stato l’atteggiamento di chi negli ultimi anni avrebbe dovuto vigilare sull’incolumità del patrimonio e la sua conseguente valorizzazione artistica. È, quello delle latrine pubbliche, un emblema eloquente di questa situazione davvero al limite dell’incredibile: per realizzare, nonostante il teorico vincolo della Soprintendenza che ancora oggi dovrebbe passare la vaglio ogni possibilità di accesso alla torre. Ma non è sicuramente,per quanto clamoroso, il solo campanello di un degrado oggi insostenibile e sempre più appariscente, che negli ultimi anni ha finito per minare la stabilità stessa dell’edificio per il quale ora, si preannuncia un lento ma ben augurante risveglio per avviare gli interventi è già stata predisposta la richiesta di un cospicuo finanziamento che consentirà di eliminare la presenza dei gabinetti e valorizzare ancora di più la suggestiva bellezza di questo scorcio della nostra località.
In programma c’è anche l’intendimento di recuperare anche lo scorcio di parco accanto alla torre, e in tal senso va inteso il già completato intervento di copertura di cavo Lagozzo, che ora dopo anni è stata portata a termine. Il progetto, che rientra in un globale disegno di rivalutazione del centro storico della località con i suoi monumenti, i palazzi storici e le particolarità architettoniche,non è stato ancora prescelto, ma in base alle prime indicazioni, sulla cui scorta si deciderà anche la richiesta di un cospicuo finanziamento già richiesto in sede regionale per avviare a breve i lavori di ristrutturazione, dovrebbe prevedere anche la creazione di una sorta di anfiteatro ove potrebbe trovare una suggestiva ambientazione anche tutta una serie di manifestazioni. Un’idea che, unità ad un oculata attività di attenzione al verde del paese e del suo noto parco in riva allo Staffora, potrebbe garantire un consistente rilancio dell’immagine del paese e di uno degli scorci turisticamente più interessanti.
L’interno, a tre navate, presenta un grande altare maggiore, a marmi policromi, sormontato da un tempietto risalente al 1839.
L’orologio pubblico collocato sul campanile, infine, risale alla metà del secolo scorso. Nel 1845, quando venne inaugurato, batteva la “ritirata” per richiamare i contadini dai campi, con ben 156 colpi distinti.
Villa Bertetti a San Francesco
La Villa Bertetti, attualmente di proprietà di proprietà dei signori Piera Bensi e Carlo Bruno Alessandria, sorge sul colle di S. Francesco di Rivanazzano, al termine di uno stupendo viale di platani, dalla folta chioma verdissima, tracciato all’inizio del secolo dall’Ammiraglio Bertetti, esponente della famiglia che ne venne in possesso, insieme ai vasti terreni circostanti, in gran parte vitati, dopo la soppressione nel 1802 del monastero a seguito della calata di Napoleone Bonaparte e le vendita dei fabbricati e dei terreni al Demanio.
Dopo la distruzione del convento, fondato nel 1240 in questo medesimo luogo, “a circa dieci miglia distante da Tortona, all’oriente entro la Diocesi”, come riporta la “Storia Cronologica della Provincia dei Minori Riformati di S. Diego” compilata dal padre Tommaso da Casalzuigno già Provinciale e cronologo dell’ordine dei frati Minori Osservanti che lo fondarono e lo abitarono fino al 18 giugno del 1682 quando vennero sostituiti dai minori Riformati, vi rimase soltanto un piccolo oratorio con palazzina di villeggiatura e la denominazione di S. Francesco.
Non è dato di sapere se i vecchi frati che l’abitarono avanti la soppressione si appoggiassero a memorie scritte o alla tradizione. Sta di fatto che essi sostenevano, davanti al cronologo, che i primi a metter mano al convento furono i Romiti che visitati nel corso dei lavori da san Francesco di passaggio da queste parti, lo ospitarono e gli dedicarono la Fabbrica del Convento in costruzione e la chiesa andata distrutta. “La situazione – scrive il cronologo- si è in una quietissima solitudine all’oriente di Riva oltra la Staffora al piè di Nazzano a circa miglia cinque miglia da Voghera.
Sulle rovine del convento la Famglia Bertetti edificò l’attuale villa avendo rispetto, per quanto possibile, delle antiche strutture portanti. Nel 1824 i coniugi Michele e Maria Anna Berretti fecero erigere all’interno della villa una cappella dedicata alla madonna degli angeli dove, come si rileva dal registro conservato nella cappella stessa delle S. Messe officiare nel pio luogo, dal 1824 fino ad oggi, per 172 anni alla data del 2 agosto, si usa celebrare il rito eucaristico.
Spazi verdi ritrovati e giardini smarriti
Nella precaria situazione ambientale in cui versano le maggior parte delle città e delle periferie urbane, caratterizzate da un degrado diffuso, da una progressiva perdita di identità, da un degrado diffuso,da una progressiva perdita di identità, da una continua diminuzione di superficie a “verde”, la conservazione, la valorizzazione, la progettazione dei parchi e del “verde”, assumono un’importanza assai rilevante nella prospettiva sia di riequilibrio del territorio che del miglioramento della qualità della vita urbana.
Rivanazzano risponde esauriente a questo duplice obbiettivo poiché può godere, oltre che a numerosi spazi privati, di una grande area verde pubblica che si snoda dal palazzo Brugnatelli lungo il corso del torrente Staffora fino a raggiungere il centro di Salice Terme.
Anche il semplice passeggiare lungo le vie di questo antico borgo riserva alcune piacevoli sorprese: quasi all’improvviso, infatti, nell’anonima delle case in linea, tipiche degli agglomerati che si sviluppano lungo le vie di transito, si elevano piacevoli edifici che a volte nascondono al loro interno, giardini, spesso, dimenticati e privi d’identità. Bastano, infatti poche stagioni di trascuratezza, perché il disegno originario svanisca.
Molteplici sono gli aspetti della storia del giardino e l’obbiettivo, odierno, non riguarda solo la conoscenza dei caratteri peculiari del passato, ma bensì la promozione del restauro e della conservazione.
Occorrerebbe, infatti, mantenere vivo tale patrimonio naturale ed artistico in quanto i giardini storici risalenti sia a pochi decenni od a secoli fa, sono vere e proprie opere d’arte viventi, paesaggi storici dove l’uomo ha lasciato tracce del suo lavoro.
Si può, infatti, affermare secondo lo studioso francese Pier Grimal che la percezione e la comprensione della storia può avvenire grazie alla poesia, alla pittura e ai giardini perché raccolgono lo spirito del tempo.
Quattromila sono i giardini storici esistenti in Italia, la gran parte è sconosciuta o poco nota, ma soprattutto molti sono in degrado.
L’interesse culturale ed il desiderio di valorizzare di alcuni esempi del nostro territorio, hanno spinto ad una passeggiata attraverso il centro di Rivanazzano per analizzare gli elementi essenziali.
Il processo di adattamento e bonifica scendono i bisogni della società, secondo i bisogni della società, in continua evoluzione, ha quasi completamente stravolto questi giardini, me è possibile individuare ancora alcuni segni del tracciato originario.
Il parco Brugnatelli si sviluppa secondo lo schema del “parco all’inglese” dove si ritiene, a torto, che la natura sia incontaminata e intatta, mentre viene data naturalezza ad una creazione artificiale.
Il giardino, a partire del’700, si libera dal rigoroso disegno geometrico e definito per divenire vario e pittoresco in tutte le direzioni, non avendo pertanto nessun limite.
Si progetta il paesaggio creando ondulazioni morbide del terreno. Corsi d’acqua, gruppi di essenze arboree, prati, che costituiscono, forse, la principale caratteristica, i viali e vialetti interrotti da qualche boschetto che si apre in visuali studiatissime.
Il parco all’inglese sarà il modello del parco collettivo, secondo le esigenze della nuova società borghese che sta nascendo.
L’aspetto spontaneo e naturale nasconde, come sopradescritto, regole molte precise nella scelta e nella sistemazione delle piante e dei fiori; le naturali concavità e convessità, anche nel parco Brugnatelli, furono accentuate con movimenti di terra e le particolari disposizioni degli elementi arborei determinano situazioni ottimali di altezza, colore e tipo di fogliame.
Spettacolare, infatti, è il gruppo arboreo dei faggi che con il loro fogliame rosso e la loro imponenza creano uno scorcio suggestivo e focalizzano l’attenzione del visitatore verso l’interno.
Anche l’elemento acqua, così importante e caratterizzante è presente, qui, allo stato naturale in quanto un lato del parco è lambito dal torrente Staffora che se con il suo corso sinuoso ne determina il confine, crea anche, una naturale continuità con il territorio circostante ed una dilatazione spaziale.
I volumi sono allargati con “quinte verdi” e gli alberi (tigli, betulle, averi, magnolie e conifere…) furono accostati nel creare un piacevole ed armonico effetto di varietà, rispondendo alla tipologia del giardino paesistico inglese. Ampi spazi tra gruppi di alberi sono lasciati per favorire veri tipi di attività collettiva d i fiori sono in misura molto contenuta, si limitano alla parte più vicina alla residenza.
Anche i vialetti rispondono alla funzione di condurre il visitatore nei punti di visuale privilegiata attraverso percorsi agevoli, ed il terrazzamento in prossimità degli edifici, senza creare fratture nell’ambiente “naturale”.
Il complesso del Palazzo Malaspina, risalente al 1760, occupa un intero isolato nel centro storico ed è completamente chiuso verso l’esterno da un alto e possente muro in sassi alternati e file di mattoni.
Un accesso carraio probabilmente serviva i rustici costituiti dalla stalla, da locali di deposito e con porticati aperti con arco a tutto sesto, prospicienti il giardino e l’ex frutteto.
Secondo il registro d’estimo del Comune, allegato al Catasto Piemontese del 1775 (archivio storico di Pavia) la propietà fondiaria del Marchese Carlo Giovanni Malaspina consisteva in ben 154 pertiche, di cui sei annesse al palazzo ed adibite a frutteto.
Il frutteto e il vigneto di antica memoria, in stati di abbandono fino ad alcuni anni fa, sono stati sostituiti da un vasto spazio a prato e le aiuole a forma geometrica secondo i canoni del “giardino all’italiana” sono state eliminate: solo due grandi arbusti di bosso testimoniano la struttura antica sottolineando l’accesso al giardino.
Anche il giardino antistante la villa Beretti, già monastero francescano in località S. Francesco presenta lievi tracce dell’originaria distribuzione spaziale: la struttura del giardino ordinato secondo aiuole, delimitate da siepi contenenti all’interno alberi, anche da frutto, ed arbusti da fiore, visibili ancora in foto risalenti ai primi decenni del nostro secolo, è scomparsa ad eccezione dei vialetti perimetrali addossati al muro di cinta e del vialetto centrale a conclusione dell’asse prospettico creato dal viale di tigli ed ippocastani, oggi strada pubblica, in corrispondenza all’accesso della propietà.
Il giardino di palazzo Quirici si presenta come un giardino formale articolato secondo l’elaborazione di un nitido tracciato di vialetti, delimitati con arbusti o fiori immersi in na macchia arborea da cui emergono conifere, magnolie, tigli, faggi…
La massa di alberi e cespugli che faceva da sfondo al palazzo è cinta da muri che escludevano ed escludono ancora in parte, da sguardi indiscreti, ma che lasciano intravedere alcuni elementi quali un “gazebo” recante un rivestimento vegetale.
Il giardino riordinato recentemente in seguito alla ristrutturazione del palazzo evidenzia palesemente una riduzione della sua superficie a vantaggio di un’area parcheggio pubblico adiacente da cui emergono da un’aiuola tigli e conifere coevi a quelli del giardino.
Verso la fine dl 1800 agricoltura ed attività termali rappresentavano le fonti principali di reddito economico rivanazzanese, ma l’attività termale necessitava di una regolamentazione nella concessione delle acque salso-iodiche. Uno dei primi ad essere sottoposto a tale disciplina fu il ragionier Aquilino Maggi, esercente dell’Albergo Grande, che poté convogliare nel 1814 le acque del suo stabilimento al torrente Staffora.
L’Albergo grande, ex palazzo dei nobili gatti, con le sue 23 camere, 18 letti, servizio bagno, acqua corrente, autorimessa, giardino, sala biliardi e salone per banchetti costituiva il più importante albergo di Rivanazzano. Si accede al giardino, soprelevato rispetto alla quota della strada da un cortile dominato da una ricca e lussureggiante glicine, attraverso alcuni giardini; l’impianto distributivo evidenzia un’originaria articolazione di aiuole regolari delimitate ed ornate da basse siepi. Il vialetto centrale, in asse con la cappelletta votiva che fa da sfondo prospettico, sottolinea il disegno geometrico. Internamente le aiuole presentano accanto ad essenze arboree tra cui un grande tasso, essenze arbustive ed erbacce tappezzanti e da fiori.
Nello spazio a prato residui si un vigneto e di un frutteto ricordano il carattere utilitaristico dell’area.
Il comune di Rivanazzano possiede, inoltre, grazie ad un lascito, in prossimità di Nazzano di un ‘area boschiva dove nei primi anni’80 si formò un “giardino botanico” e vennero conservate ed introdotte essenze arboree, arbustive ed erbacee autoctone.
L’azione dei volontari del Gruppo Naturalistico Rivanazzanese, si è fatta più pregnante negli ultimi anni e sono stati creati accanto agli spazi a carattere didattico-scientifico, spazi destinati allo svago e alla ricreazione.
I lavori di sistemazione e riordino sono sempre in corso: recentemente sono state introdotte nuove piante tra cui l’olivello spinoso, il melo selvatico, il carpino bianco, il cerro, il prugnolo, il sorbo…ed è stato tracciato un sentiero “diretto” di collegamento con la chiesa della Madonna del Monte.
Si è voluto per sommi capi illustrare gli aspetti “forse” più marginali di un tessuto urbano, non si è preteso di essere esaustivi, ma si è voluto costituire un primo approccio ad una materia così vasta, intricata ed in continua evoluzione.
Un notevole fervore culturale si va registrando, infatti, oggi in Italia, terra che ha prodotto bellissimi ed affascinanti giardini, nei riguardi del “verde” conseguentemente, forse, all’interesse e all’attenzione per le tematiche ambientali sempre più crescenti.
Villa Malaspina
Pregevoli edifici testimoni non solo dell’arte, della storia, del passato, ma anche della vita che le persone del tempo conducevano, godendo di quegli edifici che, oggi molto spesso ignorati dai più, posso costruire una meta attraente per un godimento culturale e lucido al tempo stesso.
Il Palazzo Malaspina è degno di nota sia per la sua struttura architettonica sia perché la memoria ritorna a Marietta Gazzaniga, celebre interprete dei melodrammi verdiani, il soprano vi soggiornò a partire dal 1849, anno in cui sposò il marchese Oberto Malaspina.
L’interesse culturale, la disponibilità ed il desiderio di valorizzare attraverso la conoscenza diretta di angoli testimoni di significativi scorci di storia locale dell’attuale proprietario, hanno spinto Milan Studihrad, ad acquistare ed a ristrutturare parzialmente il palazzo.
La costruzione, realizzata dal Marchese Malaspina d’Ormala, risale al 1760 da quanto si rileva in una incisione riportante tale data nei muri del solaio. Il complesso occupa un intero isolato nel centro storico di Rivanazzano ed è completamente chiuso verso l’esterno da un alto e possente muro in sassi alternati a file di mattoni. Interrompe tale continuità sul lato prospiciente la strada per Casalnoceto una cappella gentilizia in stile goticizzante ed un acceso carraio che molto probabilmente serviva i rustici.
La facciata principale fronteggia sulla via Malaspina la “Curtassa dei Zelaschi”, si sviluppa su tre piani fuori terra di cui il primo dotato di grandi finestre archiviate decorate con stucchi a carattere allegorico e di un balcone, sovrastante il portone d’accesso, con balaustri in cemento. Un edificio di dimensioni minori e di altezza inferiore, originariamente desinato alla servitù fiancheggia il palazzo e crea una cortina edilizia continua. All’interno un’ imponente scala consente l’accesso al piano nobile del salone di rappresentanza suscitano interesse il camino con sovrastante specchiera decorato e le cornici e le parti superiori delle porte con stucchi dorati.
Pregevoli i pavimenti sia quelli ad intarsi marmorei secondo linee geometriche, sia quelli in legno e quelli in piastrelle decorate con elementi a carattere vegetale. Le volte dei soffitti offrono effetti scenografici e pittorici con l’ausilio di festoni, elementi vegetali, scene allegoriche e paesaggi dove il cromatismo è particolarmente suggestivo.
In documenti settecenteschi, come sottolinea il Litta nel suo libro “Famiglie Celebri Italiane”, viene menzionato cine il Marchese Malaspina tra i maggiori “contribuenti di Rivanazzano”.
Secondo, infatti, i dati riportati nel registro d’estimo del Comune, allegato al Catasto Piemontese del 1775 (archivio Storico di Torino), la proprietà fondiaria del Marchese Carlo Giovanni Malaspina consisteva in ben 154 pertiche.
I possedimenti rivanazzanesi, tra i quali viene sempre evidenziato il frutteto di ben sei pertiche annesso al palazzo, furono arricchiti nella seconda metà del secolo scorso all’acquisto di nuovi terreni da parte del Marchese Oberto Malaspina grazie ai fortunati guadagni della moglie, il soprano Marietta Gazzaniga.
La coppia soggiornò a lungo a Rivanazzano nel palazzo di famiglia che, ampliato ed abbellito architettonicamente, fu arredato sontuosamente con una cifra inusitata: furono spese ben 100.00 lire del tempo.
Alla morte del marchese Oberto nel 1858, i beni, di cui Marietta conservò l’usofrutto, valutati catastalmente in 17,000 lire divennero di proprietà del figlio Carlo.
La Gazzaniga si trasferì, quindi a Milano dove aprì una scuola di canto e sposò il maestro di musica Albites, direttore della scala e solo occasionalmente soggiornò nel palazzo Malaspina che divenne, invece, la residenza stabile della famiglia paterna.
Successivamente il palazzo divenne propietà della ricca famiglia rivanazzanese Zelaschi che non la utilizzò come propria dimora, ma si ricorda il matrimonio della figlia di Giovanni Zelaschi,nel 1897, con il nobile Angelo Sartirana di Voghera.
Nel primo dopoguerra l’avvocato Carletto Zelaschi, figlio di Giovanni, vendette all’architetto Giuseppe Lonati che, residente a Buenos Aires, trascurò la costruzione per oltre trent’anni e successivamente la cedette, nel maggio 1951, a Giovanni Montagna che l’adibì a propria abitazione dopo considerevoli opere di sistemazione e di restauro.
Ulteriori opere di ristrutturazione sono state realizzate dagli attuali proprietari,a partire dal 1989, a tutto il complesso edilizio.
La Bidella e la Marchesina
Lungo la strada che dalla statale del Penice porta verso Rosano, si trova uno delle più antiche cascine del rivanazzanese, la Bidella. Entrando dal cortile rustico già appare evidente la struttura dell’antico complesso: una parte di costruzione più remota (datata 1700) comprendente la dimora dei primi proprietari, i nobili Sanazzaro della ripa, con annesso un piccolo oratorio ed un corpo destinato alle famiglie coloniche, ed una parte edificata nella seconda metà dell’800 destinata a residenza della marchesa Beatrice Cornaggia-Medici, attuale proprietaria, e del marito il marchese Rolando Rovereto di Rivanazzano. Affascinante dal lato storiografico è senz’altro cercare di stabilire una data di origine del complesso agricolo. Si ritiene che esso esistesse già nel XV secolo, come centro dei possessi fondiari rivanazzanesi dell’antica casa Sannazzaro che si estendevano della Gerlina sino al comune di Casalnoceto.
Invece le prime notizie documentate della cascina Bidella o Bidello si riallacciano all’Oratorio in cui sono conservate le spoglie della beata Paola Sannazzaro e che troviamo citato in un sinodo del vescovo di Tortona, Mons. Settala, del 1673.
Per quanto riguarda l’origine del nome ci sono due tesi differenti.
Alcuni sostengono che “Bidella” derivi da un rivolo d’acqua che scorre nelle vicinanze, mentre altri, quali il Maragliano, afferma che “Bidèla o Bidèel” fosse il fondo che apparteneva ad un esattore chiamato Bidelus nel medioevo.
Appartenenti alla casa Sanazzaro del la Ripa, di nobilissimo lignaggio feudale, i beni e il Cascinale del Bidello mutarono proprietà alla morte di Luigi Sannazzaro avvenuta nel 1801. Come documentato nella recentissima ricerca effettuata da Nicolò Capponi di Firenze che ha avuto accesso all’archivio Cornaggia-Medici, la diciasettene figlia di Luigi, Teresa, coerede assieme alla sorella delle sostanze del padre, andava sposa a Carlo Cristoforo Cornaggia-Medici.
Si stabilì che il possedimento detto la Bidella, in quanto “non agevolmente divisibile”, dovesse andare a Teresa, che avrebbe dovuto, però compensare le altre coeredi.
A ciò provvedeva Carlo Cristoforo che nel novembre 1801, sborsava la somma di lire 1752.213 per i terreni e gli edifici della Bidella, questi ultimi composti da una piccola “abitazione civile”, un loggiato, un oratorio ed un edificio rustico in cattive condizioni.
Secondo il suo stile Carlo Cristoforo diede subito inizio ai lavori per risanare le parti in muratura e cominciò a costruire una nuova palazzina per la sua numerosa famiglia.
Intanto aveva deciso di potenziare la sericoltura dell’azienda acquistando “800 moronetti”.
Certo è che nel 1871 la casa nuova era già abitata ed atta a ricevere la famiglia ed i suoi ospiti.
L’interno della casa venne riadattata nella seconda metà dell’800, grazie all’opera di Clara Cavalcabò in Cornaggia, autrice di pregevoli “succhi d’erba” che adoravano la sala principale della villa.
Gli “800 mornetti” acquistati da Carlo Cristoforo non rimasero un fatto isolato. Infatti la gran parte dei terreni che circondano la Bidella uno dei maggiori allevamenti di bovini della zona, alimentati con trinciato di mais. Intanto vengono aggiunte coltivazioni di grano, barbabietole e mais. Dagli anni settanta ad oggi, è stata portata avanti una vera e propria evoluzione dell’irrigazione che all’80-90% è fissa e semifissa. Basti pensare che i primi pivot (impianti rotante) in Lombardia, insieme ad alcuni del Piemonte, furono installati proprio alla Bidella.
Le stalle, invece, hanno subito una radicale, trasformazione, sono diventate impianti per allevamento dei cavalli da corsa (purosangue inglesi). In realtà la Bidella è sempre stata strettamente legata al mondo dei cavalli: infatti per dieci edizioni è stata sede del Campionato dei Circoli Italiani con gare di completo e di dressage. Inoltre, fra le due guerre (nel 1936)i campi è gli interni della Bidella furono il set di uno dei più famosi film di Amedeo Nazzari: “Cavalleria”. Per l’occasione le comparse furono costituite da cavalleggeri del reggimento Monferrato di stanza alla caserma Vittorio Emanuele II di Voghera che si esibirono in diverse scene di reggimenti, manovre e gare sportive.
Non possiamo non ricordare poi, a conferma di quanto detto, i successi ottenuti nel mondo dell’ippica da marchese Rolando Rovereti.
Ufficiale dei Carabinieri, Cavaliere di corsa, partecipa alle più importanti corse in piano ed ad ostacoli sia in Italia sia all’estero e viene assegnato al Cepim (centro pre-olimpionico ippico militare).
Nel 1969 è capolista militare per le corse ad ostacoli e così nel 1970 a Londra con la rappresentanza militare; nel 1971 è argento ai campionati del mondo a Fontainebleu.
LA marchesina è un'altra cascina storica di Rivanazzano. Di essa si sa che un certo Giuseppe Antonio Corolli, nato a Rivanazzano nel 1764, sindaco del paese nel 1820, il 16 luglio 1826 la acquistava dai marchesi Rovereto. Probabilmente la tenuta apparteneva ad una “marchesa” Rovereto, da cui sarebbe derivato il nome “Marchesina”.
Nel 1921 il complesso agricolo venne rilevato dalla famiglia Frova che attualmente,ne è ancora proprietaria e che subito iniziò i lavori di Progettazione della villa padronale, affidandoli all’architetto Felice Nava di Milano.
Armoniosamente inserita nel vecchio rustico, la nuova realizzazione viene terminata nel 1926.
Esternamente, sul lato sinistro del complesso abitativo, viene edificata nel 1935 la chiesetta della Marchesina, in mattoni a vista, con il campanile a vela ed il pronao a porticato davanti all’ingresso.
All’interno della chiesa, in cui viene celebrata ogni domenica la S. Messa, è ben conservata una pala d’altare su tavola di legno.
Le pareti dei rustici si presentano coperte da folti rampicanti detti “viti del Canada”.
La facciata della villa, anch’essa a mattoni a vista, presenta una colorazione rossastra, fornita dal particolare tipo di mattoni provenienti da Casalpusterlengo.
Sul territorio della Marchesina sono presenti altri due cascinali, Casina Borezza, che è la più antica e pare risalga alla fine del 1700 e Cascina Castigliola più recente, costruita nel 1935.
La marchesina, come azienda, consta di 1400 pertiche milanesi e può essere considerata una tipica azienda di pianura.
Si producono oggi barbabietole, foraggi e frumento da seme.
Originariamente, e questo fino al periodo precedente la guerra vi si trovano vigneti, gelseti per la produzione del baco da seta; si coltivava lino per tessuto, tabacco e foraggi (quest’ultimo per l’alimentazione del bestiame che serviva come mezzo di locomozione per gli attrezzi agricoli).
Le strade poderali e, dove possibile, anche le rive dei fossi sono fiancheggiate da filari di querce nostrane e pioppi cipressi.
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