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La Rocchetta a Mondondone

La Rocchetta a Mondondone

Mirella Vilardi

Quattro ettari a Mondondone non sono pochi. Il borgo, davvero minuscolo, è nel comune di Codevilla riconoscibile a distanza dal ciuffo d’alberi sulla sommità del poggio, ha una lunga storia che s’intreccia con la leggenda (vedesi la storia di Bertoldo che vuole proprio nella villa Casa Reggia di Mondondone la residenza estiva di Re Alboino) e un nome suggestivo che, ancora nel 2008, ha ispirato il racconto intriso di magia e di poesia in “Le nuvole torneranno”, di Leonardo Carrassi (Mondondone è una terra a pochi passi dal confine del mondo dove follia, utopia e rivoluzione s’incrociano…). Quattro ettari di vigne a Mondondone, rappresentano per Stefano Banfi ciò a cui, inconsciamente tendeva, già con la scelta della scuola di agraria a Milano che ora definisce “tristissima”, senza spazi verdi e con poca possibilità di cimentarsi manualmente nel rapporto unico e indispensabile tra agricoltore e piante.

Quattro ettari vitati a Cortese, Moscato, Riesling, Pinot Nero, Croatina e Barbera, secondo il criterio spesso insondabile eppure così logico dei vecchi contadini, raccontano l’essere stati nel Vecchio Piemonte e ancora oggi, per la tipologia di alcune uve (Cortese e Barbera), in una zona di confine tra terreni e tipicità differenti.
Poesia della terra e motivazioni a non finire, non sono tuttavia sufficienti a produrre vini di personalità interessante, ed ecco che, nell’approdo di Stefano, compare la figura indispensabile di Mario Maffi, enologo oltrepadano di riferimento negli ultimi decenni, storico e gran conoscitore di ogni anfratto, di ogni ottima o pessima annata.

Al di là del lascito dei vecchi proprietari della tipologia di viti, il 2013, con la prima vendemmia di Stefano, segna l’anno zero dell’azienda La Rocchetta in Mondondone. Una storia che già si avvale di pagine molto interessanti. Come il Lucemente degustato in cantina dalla redazione di Oltre. Insolito uvaggio di Cortese e Moscato, deciso dai cinghiali, ridono Banfi e Maffi, che un’estate avevano fatto man bassa nella vigna del Moscato, ormai troppo poco per pensare di vinificarlo in purezza. Da qui l’idea della sperimentazione che ha trasformato la necessità in virtù, suggerendo un vino che non potrà più mancare nella produzione aziendale. Elegante, fruttato, aromatico al punto giusto della massima piacevolezza, di ottima struttura, grande morbidezza e ben sapido invita, dopo il primo assaggio, ad assaggiarne ancora e questo è un buon segno, si sa. Un matrimonio felice tra uve differenti dove ognuna porta in dote le sue caratteristiche, al colore paglierino scarico del Cortese, soccorre il giallo carico del Moscato, alla bassa acidità di quest’ultimo rimedia il Cortese, in un concerto di pari dignità e responsabilità perché al 50% dell’una e dell’altra uva, spetta in giusta misura il plauso del degustatore.

GGorgò, Gocce di Vento, Mo Rosa, Oltrebon, Don Barbé, Indomitus, Suavis Noir sono altri nomi di fantasia dietro i quali si cela la realtà di un territorio generoso e accogliente, punto d’arrivo per qualche Ulisse dell’odierna mitologia. Gli ingredienti per il ritorno alle proprie radici possono esserci tutti. Stefano Banfi li ha trovati e non ripartirà.

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